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giovedì, 24 aprile 2008

FU IL KGB A SALVARE GORBACIOV

Gorbaciov Reagan

DHLogoSi è tenuto, il 21 aprile 2008, presso alla Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, il Seminario sul crollo dell'Unione Sovietica nel 1989. A discuterne, coordinati da Massimiliano Guderzo, Ordinario di Storia delle Relazioni internazionali della medesima università, sono stati chiamati: Viktor Kuvaldin, uno dei più stretti collaboratori di Mikhail Gorbaciov,  Professore di storia all’Università di Stato “Lomonosov” e al MGYMO di Mosca, fondatore del Club 93, e Direttore del Centro “Expertisa” della Fondazione Gorbaciov; Umberto Gori, Ordinario di Relazioni Internazionali dell'Ateneo fiorentino; il sottoscritto; e Duccio Basosi, Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni internazionali.


Quel che segue è il resoconto, il più fedele possibile, dei lavori.
 

VIKTOR KUVALDIN - La politica estera gorbacioviana e l’89 in Europa

 
UMBERTO GORI - Considerazioni e scenari futuribili
 

MATTEO LUIGI NAPOLITANO - La fine dell’URSS. Crisi dell’Intelligence?

 

DUCCIO BASOSI - La fine della competizione negli aiuti allo sviluppo.

 
MODERATORE

Massimiliano Guderzo

 
INTERVENTI
 
Sandra Cavallucci
 

Elena Dundovich

 
Angela Romano
 

Sara Tavani

 
Manfredi Filippazzi
 
 
 
 
 
Viktor Kuvaldin

(Professore di storia delle relazioni internazionali all’Università di Stato e al MGYMO di Mosca Direttore del Centro “Expertisa” della Fondazione Gorbaciov, Mosca)

 
La politica estera gorbacioviana e l’89 in Europa
 

La prima vera svolta dell’URSS è rappresentata dalle elezioni libere del marzo 1989 (le prime dal 1917), che fanno di quest’anno una data paragonabile al 1789, anno della Rivoluzione francese. Quelle elezioni portarono alla sconfitta l’inefficiente e paralizzante Nomenklatura sovietica, senza che tutto ciò conducesse al rinnegamento dello Stato socialista. Si trattava di una rivoluzione epocale, che dava una nuova struttura al Congresso dei Deputati del Popolo, che era il vero e proprio nuovo asse intorno al quale sarebbe ruotato il potere, che veniva finalmente sottratto alle grinfie del Comitato Centrale del PCUS. Tutto questo ha spianato la strada alla visita di Gorbaciov in Europa e al vertice di Malta con George Bush, tenutosi nei giorni 1-3 dicembre 1989. Il vero anno di svolta per l’URSS è dunque il 1989, ancor prima del 1991,: una svolta preparata dall’avvento di Gorbaciov del 1985.

Entrai a far parte dello staff ristretto del Presidente Gorbaciov proprio nel 1989: prima al Dipartimento Affari Esteri del Comitato Centrale del PCUS, poi nel gruppo dei consulenti ristretti del Presidente, per ben tre anni. Posso quindi offrire una testimonianza di prima mano su ciò che è stato.

Quando arriva al potere, Gorbaciov crede fermamente nella scelta riformista di tipo socialista, e crede fermamente che il popolo sovietico condivida questa linea: salvare il socialismo abolendo la nomenclatura e garantendo la trasparenza nell’azione dello Stato. Gorbaciov ritiene possibile instaurare un nuovo tipo di rapporto con l’Europa nella «casa comune europea».

L’Occidente crede a Gorbaciov; come persona degna della massima stima e degna di fede. Non crede invece alla sua idea che sia possibile ravvivare, attraverso la perestroika e la glasnost, l'Unione Sovietica. Pur tuttavia gli europei (in testa Margareth Thatcher, François Mitterrand ed Helmuth Kohl), appoggiano politicamente ed economicamente il leader sovietico.

Com’è noto dagli eventi, che sono ormai storia, si sviluppò un rapporto di grande stima e di collaborazione tra Gorbaciov e il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Al di là dell’andamento dei vertici tra i due, e degli altri contatti personali, al Cremlino potevamo essere sicuri del fatto che gli Stati Uniti non consideravano più l’Unione Sovietica come l’ ”Impero del Male”.

Si può comprendere dunque la nostra preoccupazione nel momento in cui, nel 1988, succeduto a Reagan George Bush sr., questi decise di prendersi una “pausa di riflessione”, destinata a durare sei mesi, per farsi un’idea precisa di quale dovesse essere la nuova politica estera americana nei confronti dell’URSS.

A Mosca fummo tutti molto tesi: non avevamo la minima idea del perché una nuova Amministrazione dello stesso colore di quella uscente, retta da colui che era stato il vicepresidente di Reagan, volesse ora cambiare linea politica nei nostri confronti. Ma i grandi cambiamenti erano dietro l’angolo. E gli Stati Uniti non potevano che governarli di concerto con noi.

Nel marzo 1989, come ho già detto, si tennero in Unione Sovietica le prime elezioni veramente libere. A fine giugno Gorbaciov, visitò la Repubblica Democratica Tedesca per le celebrazioni del suo quarantennale.

Fu in quel momento che egli intuì nettamente che la riunificazione della Germania era ormai inevitabile; ma egli l’auspicava in un tempo il più lungo possibile. A questo punto, noi dell’entourage di Gorbaciov cominciammo a temere lo che uno sviluppo incontrollato degli eventi tedeschi finisse in ultima analisi per compromettere il processo di normalizzazione in Europa; e che, nella peggiore delle ipotesi, noi sovietici venissimo nuovamente messi di fronte alla necessità d’intervenire militarmente in Germania orientale, da dove si stava registrando un’emorragia di cittadini che stavano scegliendo l’occidente, una volta aperte le frontiere tra la Germania est, la Cecoslovacchia e l’Ungheria (paesi di transito verso l’Occidente, al quale le ultime due si erano aperte).

Un altro problema che il presidente sovietico dovette affrontare fu la risposta al “Programma in dieci punti per il superamento della divisione della Germania in Europa”, fissato da Kohl nel suo discorso al Bundestag del 28 novembre 1989, in cui si teorizzava (al punto quinto) la formazione di una “Confederazione pangermanica” («konföderative Strukturen zwischen beiden Staaten in Deutschland»), che suscitò in noi sovietici antiche paure. Erano paure che anche il Cancelliere tedesco, nella sua sensibilità politica, dovette percepire: se è vero, com’è vero, che egli inviò immediatamente a Mosca il suo ministro degli esteri, il socialdemocratico Genscher, per rassicurarci in tutti i modi possibili sul significato dei suoi “Dieci Punti”.

Nel nostro voler ad ogni modo evitare (o ritardare nel tempo il più possibile) l’unificazione della Germania, non eravamo certamente soli. Anzi il Presidente Gorbaciov poteva decisamente contare sull’appoggio di tutti gli europei occidentali, e in particolar modo della Francia e dell’Italia. Ma, sul problema tedesco, il Cancelliere Kohl aveva il netto appoggio degli Stati Uniti (e in qualche modo della Gran Bretagna, in ossequio alla special relationship tra Londra e Washington); il che rendeva impossibile a noi il ricorso all’opzione militare contro Germania est, come ultima via per invertire il corso della cose.

 

Il via libera all’unificazione tedesca è stato dunque un duro terreno di prova per l’Unione Sovietica di Gorbaciov.

Dobbiamo però tornare al tema generale e porci una domanda: era possibile riformare il sistema sovietico, così come Gorbaciov avrebbe desiderato?

 
La risposta è: si e no.

Da un lato, infatti, non era possibile salvare il sistema dello Stato-partito che tanti danni aveva prodotto. Tentando di salvare quel sistema, Gorbaciov non avrebbe fatto altro che accelerare la sua fine politica.

Si poteva, dall’altro lato, salvare forse qualcosa; e su questo mi trovo d’accordo con studiosi del calibro di Stephen Cohen e Archie Brown; ma sarebbe occorso uscire dal vecchio sistema, anzi seppellirlo per dar spazio a un’economia di mercato e a una democrazia politica, senza il peso di un’ideologia ufficiale. Certamente, le possibilità di realizzare tutto questo erano senz’altro risicate, ma si sarebbe potuto fare un tentativo, se gli eventi non fossero poi precipitati così rovinosamente.

Come uno dei più stretti collaboratori di Gorbaciov, io mi sento senz’altro responsabile, insieme ai miei colleghi, delle cose che non abbiamo saputo fare o che non abbiamo capito gli eventi nel momento in cui gli eventi si svolgevano sotto i nostri occhi.

Soprattutto: non abbiamo capito che, mantenendo una struttura di potere che però si adattasse al programma di Gorbaciov, che era di profonda riforma del Paese in senso socialista, si sarebbe potuto evitare (per quanto scarse fossero le chances) il crollo dell’Unione Sovietica.

 
 
Umberto Gori

(Professore ordinario di Relazioni Internazionali, Università di Firenze)

 
Considerazioni e scenari futuribili
 
 

Le personalità di governo incidono fortemente sulle relazioni internazionali. Il sistema su cui queste si reggono è talvolta caotico e sensibile a ogni minima variazione.

Ciò che va rilevato di una personalità come Gorbaciov è senza dubbio il suo grande idealismo, di cui ha dato prova in un documento che, apparso sulla Pravda e sulle Istveziia, fu poi presentato all’ONU. In questo documento Gorbaciov evidenziava la necessità di restituire alle relazioni internazionali l’etica di cui queste avevano bisogno. Tale era la spinta idealistica che questo documento è uno dei pochi esempi in cui un leader sovietico, dichiaratamente ateo, finisce per proporre la creazione, sotto l’egida dell’ONU, di un Consiglio di esponenti religiosi del mondo, in grado di dettare le regole morali che dovrebbero ispirare le relazioni tra gli Stati e tra i popoli.

E’sempre questo idealismo a spingere Gorbaciov a investire sulla glasnost, pur fallendo la perestroika (percorso inverso a quello che sta accadendo in Cina, dove vi è riforma senza trasparenza, perestroika senza glasnost). E’ ancora l’idealismo che lo porta a ripianare il debito dell’Unione Sovietica nei confronti dell’ONU, invitando gli Stati Uniti a fare altrettanto.

Siamo ora nel 2008, che io considero un anno critico per tre scenari possibili che voglio qui illustrare.

 

a) L’attuale Presidente Medvedev s’indebolirà a vantaggio dei Siloviki di Sechin.

b) Putin potrebbe tornare quindi presidente in tempi brevi.
c) Medvedev potrebbe consolidarsi come presidente.
 

E’ il terzo scenario quello che mi sembra il più probabile. Del resto, Putin manterrà il controllo effettivo del potere ancora per tutto il 2008 e assumerà la guida di Russia Unita (il che vuol dire il controllo della maggioranza costituzionale di 315 seggi alla Duma, che gli consentirebbero di cambiare la Costituzione senza l’aiuto di altri).

Certamente, come Primo Ministro, Putin non avrà più lo stesso potere di prima; ma potrebbe riuscire a mantenere divisi i Siloviki.

Ci sarà una transizione pacifica del potere? Avrà Medvedev il pieno controllo del potere?

 
 
REPLICA DEL PROF. KUVALDIN

Vladimir Putin è e resterà senza dubbio una persona molto influente nella Russia attuale. Basti pensare che egli controlla il partito “Russia Unita” senza esserne mai stato membro.

Alle suggestive considerazioni del prof. Gori aggiungerei due scenari.

Gli Stati Uniti hanno, non uno, ma più padri fondatori: coloro che detennero e condivisero il potere dal 1776 al 1829. La Russia avrebbe bisogno esattamente della stessa cosa: di un gruppo dirigente e di lavoro ben armonizzato. Per ciò che lo concerne, Putin non sarebbe contrario; è un uomo normale, riservato, non ossessionato dal potere. Se le cose vanno bene per il nuovo Presidente russo, trascorso un anno, Putin potrebbe decidere di uscire dalla scena e ritirarsi a vita privata.

Un quinto scenario potrebbe essere il seguente: che Putin resti con le leve del potere saldamente in mano, lasciando tuttavia spazio anche ad altri, allo scopo d’impedire possibili fratture interne nella gestione collegiale del potere.

Si tenga presente, infatti che la Russia solo formalmente è una Repubblica presidenziale. In effetti, a ben vedere, essa è sostanzialmente una Repubblica super-presidenziale. Il Presidente è incontrollabile e non soggetto a qualsivoglia altra istanza. Medvedev è un accademico, un giurista, ma si sbaglierebbe a considerarlo una persona mite. Lo è solo in apparenza. E quindi probabile che il terzo scenario, formulato dal professor Gori, possa realizzarsi; anche se non escluderei l’insorgere di lotte intestine tra Medvedev e Putin. A rigor di logica, comunque, mi sembra difficile si realizzi tale ipotesi.

 
Matteo Luigi Napolitano

(Professore associato di Storia delle Relazioni internazionali,  Università del Molise)

 
La fine dell’URSS. Crisi dell’Intelligence?
 

Che cosa pensava la CIA dell’Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta? Ponendoci questa domanda, dobbiamo ammettere che, nel periodo considerato, assai scarsi erano i segnali circa un crollo imminente dell’impero moscovita.

In linea generale si può dire che, sia nella CIA sia in altre agenzie e diffusamente nel sistema politico americano, la tendenza dominante era quella di credere che il sistema sovietico sarebbe ancora durato a lungo; e che anzi sarebbe divenuto sempre più forte. Lo si evince, ad esempio, dal famoso Gaither Report, preparato il 7 dicembre 1957 per il Presidente americano Eisenhower.

Ma non si tratta di una défaillance della sola intelligence. Come ha ricordato Robert Kaiser, nel suo editoriale per Outlook, apparso sul “Washington Post” all’inizio del settembre 1999, anche nel mondo accademico e fra i cosiddetti “addetti ai lavori” nessuno fu in grado i prevedere esattamente ciò che sarebbe accaduto fra l’estate del 1989 e la fine del 1991.

La CIA manteneva i suoi strumenti analitici tradizionali: per essa il sistema sovietico era sì un sistema dispotico, ma era un sistema che funzionava; e che quindi garantiva stabilità perlomeno in rapporto al confronto nucleare con gli Stati Uniti.

Nondimeno, è chiaro che alcune “Soviet Estimates”, stilate durante la Guerra fredda peccavano per eccesso. Ad esempio: l’intelligence americana stimava che il Prodotto Nazionale Lordo sovietico fosse pari al 50% di quello americano, mentre esso non raggiungeva che a malapena la quota del 30%.

La CIA aveva peraltro sopravvalutato sia il tasso di crescita dell’economia sovietica, sia la spesa in armamenti. Non da ultimo, essa aveva presentato questi valori, volutamente o involontariamente artefatti, al Presidente Reagan, in un rapporto dell’ottobre 1986, proprio alla vigilia di un vertice del G7.

Di fronte a questi elementi, il principale tema del dibattito è il seguente: non ha per caso la CIA fallito la previsione del secolo, ossia lo stallo economico sovietico, trascurando dei fondamentali segnali di segno negativo?

Una parziale giustificazione per questa sconfitta può essere la seguente: il paese che aveva mandato in orbita lo Sputnik, la superpotenza su cui si appuntavano moltissime paure, lo Stato che celava a occhi indiscreti i suoi fondamentali economici, non poteva essere ragionevolmente collocato negli infimi ranghi del terzo o del quarto mondo.

Come vedremo, due rapporti segretissimi della CIA, rispettivamente del 1989 e del 1990 sembrerebbero smentire tale ipotesi. Ma ci torneremo. Il vero punto è che nessuno fu in grado di prevedere il crollo dell’URSS, fino a quando non si furono manifestati i segnali dell’imminenza di quel crollo.

Un altro tema di dibattito è il seguente: volendo l’Occidente far confluire l’Unione Sovietica verso l’economia di mercato (anticipando, in un certo senso, e con le dovute differenze, il corso della Cina attuale), era davvero essere interesse dell’Occidente, ai fini di una maggiore stabilità del sistema internazionale, puntare alla dissoluzione dell’Unione Sovietica?

Qualsiasi risposta si voglia dare a questo interrogativo, resta il fatto che la fine dell’Unione Sovietica, per la sua intima peculiarità, è un modello senza precedenti, che non si è potuto utilizzare per altri scenari e su altri quadranti geopolitici; anche a causa dell’unicità della minaccia sovietica e della sua univoca provenienza.

Tornando all’aspetto che c’interessa, e considerando il fatto che dietro l’analista d’Intelligence, in fondo, c’è pur sempre un essere umano, occorre ammettere che nessuno avrebbe potuto prevedere questo terremoto di fine Novecento, materializzatosi in tre scosse di uguale potente intensità: la fine del blocco di Varsavia, la fine della Germania democratica a vantaggio di una Germania unita, ma non neutrale (com’era auspicio di Mosca), bensì inserita nella NATO; la fine dell’Unione Sovietica, di cui stiamo parlando.

Si tratta, a ben vedere, ed è stato notato, degli eventi più traumatici della storia del Novecento che non abbiano rivestito i caratteri di una guerra.

Che la CIA avesse provato a capire che cosa stesse succedendo oltrecortina è dimostrato da due memoranda segretissimi per il Presidente degli Stati Uniti.

Nel primo di questi, redatto il 21 novembre 1989, in merito all’andamento della perestroika, si legge quanto segue: «E’ molto probabile un’intensificazione e una continuazione del corso attuale delle cose…L’intensificazione e la continuazione non è davvero il termine giusto. Gorbaciov ha scatenato qui delle forze che lui non può controllare. E dove si stia andando esattamente a finire, nessuno lo sa».

In un altro memorandum dell’aprile 1990 la CIA scriveva: «Il dominio comunista sull’Europa orientale è cessato, e non tornerà mai più in vita.

Come emerge da queste due citazioni, di valore innegabilmente diverso e soggetto a un’interpretazione variegata, a nessun livello del confronto nella Guerra fredda, le analisi della CIA possono definirsi accurate previsioni o predizioni.

Le valutazioni su come avrebbe potuto finire la Guerra fredda andavano, ad esempio, dallo scatenamento di un confronto nucleare alla corsa agli armamenti. In nessuna di queste analisi, una volta per tutte e in via in equivoca e definitiva, la CIA previde la fine dell’Unione Sovietica. Certamente, gli analisti dell’intelligence americana, in alcune dichiarazioni innanzi al Congresso (finalizzate anche ad avallare stanziamenti in denaro, quanto più possibile cospicui, in favore della CIA), intravidero il collasso economico dell’Unione Sovietica. Ma mai, una volta per tutte, fu da loro predetta la fine del dominio sovietico.

Del resto, col senno del poi, è anche facile capire perché. Come aveva potuto l’Unione Sovietica rinnovare il 99% del parco dei suoi missili intercontinentali, il 40% dei suoi missili balistici lanciati da sottomarini e il 70% dei suoi bombardieri, con un’economia così debole?

Una risposta possibile è che essa celava, come si è detto, i dati sull’andamento della sua economia. Ma non si può escludere una risposta alternativa: pur essendo l’Unione Sovietica sull’orlo del baratro, essa poteva lanciare tutti i programmi di difesa che il regime riteneva oppotuni, semplicemente prescindendo da ciò che ne pensava il popolo russo ridotto ormai alla fame.

Un altro aspetto che ci interessa sottolineare è il ruolo di Gorbaciov. Abbiamo detto che in alcuni settori d’Intelligence e dell’Amministrazione Reagan, l’URSS orientata all’economia di mercato era qualcosa di più certo e di più stabile, insomma di più auspicabile per l’Occidente, di un’URSS che cessava di essere tale per diventare qualcosa d’ignoto, nel pieno di quella che allora appariva una contesa geopolitica e nucleare senza fine.

Ma questa prospettiva non tiene conto di un elemento non trascurabile, che allignava in alcuni settori della politica estera e di sicurezza americani: secondi i quali la presenza di Gorbaciov poteva addirittura considerarsi un ostacolo e una complicazione. Se era vero, infatti, che l’URSS stava sgretolandosi per effetto di scelte economiche effettuate da dirigenti corrotti e incompetenti, l’avvento di un uomo politico che, non corrotto ed estremamente competente (per quanto figlio dell’apparato), era determinato nel seguire la riforma del sistema sovietico (perestroika) e la sua trasparenza (glasnost) voleva dire una sola cosa: che con Gorbaciov il sistema sovietico rischiava di perpetuarsi, invece di implodere e scomparire per sempre.

 

Passando al tema di che cosa si aspettassero, l'uno dall’altra, due Intelligence a distanza, il KGB e la CIA, che si studiavano a nemmeno troppa distanza reciproca, si potrebbe dire che è possibile affrontare tale questione da più prospettive. Trattasi infatti di una questione politica, culturale e anche correlata all’identificazione, almeno per ciò che concerne il KGB, in qualcosa di nuovo e di “altro” rispetto alla Nomenklatura (anche se non necessariamente “post-sovietico”).

 

Allo stato della documentazione, bisogna anzitutto dire che non si riesce ancora a capire se il KGB abbia previsto la fine dell’Unione Sovietica.

Ma se si passa agli aspetti del rapporto “culturale” fra le due superpotenze, vediamo che esso si rivela di grande interesse proprio perché tale rapporto riguarda anche le due Intelligence; andando a toccare il problema dell’accesso reciproco a documentazione di particolare interesse.

I sovietici usavano classificare del materiale che gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto considerare “chiuso”: a meno di non far cadere i presupposti di uno Stato libero, fondato sul diritto di stampa, di espressione, di parola, di pensiero e di ricerca.

Invece l’Unione Sovietica chiudeva agli occhi occidentali moltissima letteratura tecnico-scientifica, per varie ragioni (non ultima la scarsità di copie disponibili a causa di penuria di carta). La principale di queste ragioni era comunque il non consentire all’Occidente di acquisire informazioni che si ritenevano, a torto o a ragione, “strategiche”.

Per quanto strano sembri, tuttavia, la disparità di trattamento delle fonti “aperte”, riservata dall’URSS agli Stati Uniti, fu criticata perfino all’interno dell’establishment del Cremlino. Se si voleva dare al mondo la prova della superiorità tecnologica e strategica dell’URSS, di cui tanto si scriveva nei discorsi ufficiali, allora sarebbe occorso aprire all’Occidente quella letteratura scientifica che inoppugnabilmente stava a dimostrare la superiorità dell’Unione Sovietica sull’Occidente.

Le pubblicazioni non classificate degli americani (libri e altro materiale universitario, articoli su riviste scientifiche ecc.), erano invece liberamente consultabili, anche dai sovietici (che, come Washington, avevano le loro reti di approvvigionamento), i quali potevano ottenere una serie di informazioni strategiche di enorme portata.

Lo stesso non poteva dirsi per gli Stati Uniti. Dal materiale che gli americani riuscivano a procurarsi a Mosca, attraverso le varie propaggini europee della Biblioteca del Congresso, si poteva evincere infatti solo un quadro generale delle cose sovietiche, sul sistema e sul regime.

Detto in altre parole, questo squilibrio informativo starebbe a indicare che non sempre i sovietici ebbero bisogno di spiare gli americani per sapere che cosa essi stessero facendo, e soprattutto come essi si stessero muovendo nei settori strategici della competizione con l’Unione Sovietica. La libera informazione dal mondo libero, in altri termini, costituiva per l’URSS un enorme valore aggiunto, mentre non accadeva lo stesso per gli Stati Uniti riguardo ai russi.

Di questo vantaggio i sovietici volevano certamente far tesoro. Ma una tale esigenza (fu sottolineato dallo stesso Nikolai Bulganin) non doveva far dimenticare che non di rado molti “addetti ai lavori” sovietici sottovalutavano eccessivamente i progressi tecnologici compiuti dagli altri, partendo dall’assioma della superiorità sovietica; occorreva invece tenersi continuamente aggiornati su ciò che gli altri stavano facendo, e studiare attentamente ogni minimo progresso compiuto a ovest di Mosca.

Di fronte a questa situazione, in un certo senso si può dire che le pubblicazioni scientifiche americane, che come si è detto erano nella stragrande maggioranza dei casi liberamente accessibili, non chiuse come le omologhe pubblicazioni sovietiche, abbiano in certi momenti consentito all’Unione Sovietica di ridurre il suo gap tecnologico nei confronti degli Stati Uniti e, più in generale, dell’Occidente.

Un ultimo aspetto andrebbe trattato in una comunicazione giocoforza sintetica: quella degli archivi sovietici. Tali archivi, com’è noto, sono stati aperti subito dopo la fine dell’Unione Sovietica; ma tale apertura ha comportato il rischio di far scoprire alcune operazioni decisive per la Guerra fredda, sovresponendo coloro che vi erano coinvolti e che erano ancora viventi. Nessuna meraviglia quindi che Putin, ex agente del KGB, abbia provveduto, divenuto Presidente della nuova Russia, a chiudere nuovamente la documentazione agli occhi indiscreti degli studiosi.

Ma questo è un altro tema, suscettibile di sviluppi, che si auspicano favorevoli, man mano che la Russia avrà intensificato i suoi rapporti con l’Occidente, e in special modo con l’Europa.

 
 
Duccio Basosi

(Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali, Università di Firenze)

 
La fine della competizione negli aiuti allo sviluppo.
 

Una verifica teorica, tutta da completare, riguarda l’ipotesi se l’Unione Sovietica non abbia in fondo costretto l’Occidente, e in particolar modo gli Stati Uniti, a muoversi su un terreno che non era in fondo loro molto familiare.

Questa è un’ipotesi che appare tanto più praticabile se si pensa che il 90% per cento della letteratura storico-politologica converge oggi sulla tesi che la fine della Guerra fredda non deriva da una vittoria americana, o dell’Occidente, bensì esito di altre spinte, interne ed esterne, all’Unione Sovietica, o meglio: esito di scelte “autoctone” russe.

Nonostante il fatto che la letteratura scientifica si sia orientata in tal senso, resta sempre l’idea, nella stampa non specializzata e nell’opinione pubblica comune, che la Guerra fredda sia stata vinta dall’Occidente e che Ronald Reagan abbia “prodotto” Mikhail Gorbaciov.

Ma se si guarda bene agli eventi, si noterà che già nel periodo che va dal novembre 1983 al gennaio 1984, Reagan aveva già modificato il suo approccio “dialettico” all’Unione Sovietica; lo dimostra peraltro un discorso del Sottosegretario di Stato, oltre a vari indirizzi dello stesso presidente Reagan.

Il bilancio, quindi, sull’esito della Guerra fredda dovrebbe essere un pareggio. Ma quale tipo di pareggio?

Questo argomento ovviamente andrebbe esaminato in un contesto più appropriato, soprattutto legato alla disponibilità di una maggior copia di documenti, rispetto a quelli di cui adesso si comincia a disporre, specialmente con riguardo alle carte sulla Presidenza Reagan.

Quello che si può dire con riguardo particolare al Terzo Mondo è che la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica in quell’area ha fine: tanto in America Latina, quanto in Africa.

Con una decisione adottata nel 1972 il National Security Council aveva sancito la necessità di una proiezione in America Latina, in particolare nelle aree soggette a instabilità politica, essendo queste ultime le più soggette alle possibilità di insidiosa competizione ideologico-economica da parte di Mosca.

La crisi debitoria verificatasi, circa un decennio dopo, in gran parte dei paesi dell’America Latina (con eccessiva esposizione nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, del Tesoro e delle banche statunitensi) pose un problema: come si sarebbe dovuto ripianare il debito? Era sufficiente la formula del “tutto e subito” per definire i criteri di rimborso?

Il discorso del Segretario di Stato George Schultz, del marzo 1983, indica chiaramente che quella formula non era percorribile; e preconizzava in alternativa un piano di aiuti americani ai Paesi dell’America Latina, per aiutarli a uscire dalla crisi e a resistere alle sirene moscovite.

La situazione del debito in America Latina fu anche oggetto della National Security Decision Directive (NSDD) 383, ancora classificata, insieme al documento del National Security Council che ne tratta (si veda qui per le altre NSDD).

In tutta questa situazione, va detto che Mosca apparentemente non si pronunciò sulla crisi debitoria in America Latina, né attuò dei piani di sostegno economico (se si escludono poche iniziative in favore dell’Argentina, a sostegno del debito peruviano, o nel triangolo petrolifero tra Russia, Messico e Venezuela per rifornire di petrolio Cuba, ma il tutto con un’incidenza pari allo 0,6% del Prodotto Interno Lordo).

Non è chiaro se gli Stati Uniti abbiano capito (o non abbiano volutamente capito, per ragioni strumentali) l’atmosfera di ripiegamento dell’Unione Sovietica da molti quadranti del mondo. Ma è chiaro che essi si mostrarono più pronti a assicurare denaro a paesi strategicamente più importanti, come Filippine e Zaire.

Va aggiunto che il processo in corso in America Latina si replicò in altri paesi con la NSDD 156 Food for Progress del 1985; tenendo presente che quei paesi in via di sviluppo, che si erano in precedenza avvicinati al modello sovietico, stavano ora sperimentando forme di economia di mercato, proprio a causa del fallimento del precedente modello.

Il che sta a dimostrare, se mai ve ne fosse bisogno, che negli anni Ottanta Mosca era assente dalla contesa degli aiuti al Terzo Mondo ben prima della fine dell’impero sovietico.

 
OSSERVAZIONI
 
Viktor Kuvaldin

Riprendo la parola per dire che condivido l’opinione del professor Basosi, quando dice che la Guerra fredda non è stata vinta dagli Stati Uniti. Ma occorre aggiungere che, a mio avviso, non possiamo parlare di due concorrenti alla pari. Perché nella competizione l’Unione Sovietica era la parte più debole, quella sempre sull’orlo di soccombere; eccetto per il campo delle armi strategiche, dove mantenne la parità con gli Stati Uniti, sempre, anche a costo di enormi sforzi.

Per dirla in altri termini: la Guerra fredda era un mondo bipolare i cui poli tuttavia non erano affatto uguali.

 

Trovo altresì molto interessante e perfettamente fondata l’opinione del professor Napolitano: l’economia sovietica non era al passo con quella statunitense e fu deliberatamente sovrastimata dagli analisti dei servizi segreti americani, certamente anche per un interesse politico (ottenere fondi dal Congresso per la CIA). Trova conferma poi, e mi consta come uno dei più stretti collaboratori di Mikhail Gorbaciov, che lo iato tra Stati Uniti e Unione Sovietica andò allargandosi negli ultimi tre anni di vita dell’Unione.

Mi si consenta di spendere poi una parola sul KGB. Attorno al servizio segreto sovietico sono fioriti molti miti, desunti da un fatto che però è vero: a contatto col KGB la verità diventava impenetrabile. La gente che lavorava alla Lubianka era gente molto semplice, modesta, di poche parole. Anche il più celebre agente sovietico una volta disse che questa professione presupponeva una qualità: ascoltare molto senza mai dir nulla. Lo stesso Putin, che proviene dai servizi segreti, è un esempio di uomo semplice: di poche parole, non ha realizzato alcuna fortuna personale; analizza freddamente le decisioni da prendere per il suo paese.

Devo poi aggiungere elementi che, a mio avviso, sono delle vere e proprie novità.

Si sa che cos’è successo nell’agosto 1991, nel tentato colpo di stato ai danni di Gorbaciov, e del ruolo che possono aver avuto correnti del KGB legate alla vecchia Nomenklatura. Ma il KGB è una realtà assai più complessa di quanto non sembri. E’ molto meno noto, ad esempio, che furono proprio due fra i massimi esponenti del servizio segreto sovietico, Yuri Andropov (futuro leader post-breznheviano) e Mikhail Suslov, ideologo del regime) a proteggere Gorbaciov nella sua ascesa al potere, e a essere praticamente i suoi mentori. Lo stesso Gorbaciov, a casa sua, mi ha mostrato una sua foto giovanile scattata proprio da Andropov.

Che cosa intendo dire parlando del KGB come di una realtà complessa? Semplicemente dare una testimonianza di quella che è stata la mia attività istituzionale e politica. Come braccio destro di Gorbaciov per le questioni di politica estera, io avevo l’obbligo di leggere tutti i dossier che giungevano sul mio tavolo, di qualsiasi provenienza. Le agenzie che li inviavano erano solitamente tre: i vertici militari, il ministero degli esteri e il KGB. Avendo analizzato tutta questa documentazione per poter fornire a Mikhail Sergéevic dati utili su come comportarsi, avevo ben presente i vari orientamenti.

A fronte di un ministero degli esteri che solitamente poteva dirsi molto liberale, vi era una classe militare estremamente dottrinaria e conservatrice, sempre pronta al confronto ideologico con l’Occidente a ogni minima occasione. Il KGB si collocava invece giusto nel mezzo, evitando le estremizzazioni in un senso o nell’altro.

La cosa in sé non ci direbbe ancora nulla se non aggiungessi che le altre istanze non disponevano della sterminata mole d’informazioni in mano al KGB: ciò che consentiva a quest’ultimo di esercitare una particolare moderazione, sapendo che alcune posizioni di altre agenzie erano estremizzate proprio dalla non conoscenza di materiale che tuttavia non si doveva né poteva divulgare: neppure alle più alte sfere dirigenti del ministero degli esteri o dell’esercito. Ecco perché il KGB fu sempre portato ad appoggiare Gorbaciov, rifuggendo da spinte eccessivamente ideologiche e insensate, di cui invece davano prova eminenti figure dell’Accademia delle Scienze, militari, alti papaveri del Partito, e non pochi diplomatici.

Non è un caso, quindi, che mentre altre agenzie non abbiano superato la fine del regime sovietico, sorte ben differente abbia avuto il KGB, sopravvissuto perfettamente intatto nella sua struttura, e in grado di esprimere una personalità come Putin che avrebbe guidato la transizione definitiva dal vecchio al nuovo regime.

Ha ancora ragione Napolitano. Nessuno, né la CIA né il KGB, poteva prevedere il terremoto del 1989. Ma io ricordo nitidamente che, alla fine dell’anno precedente, organizzammo con Gorbaciov una sessione di lavoro con quei nostri funzionari che lavoravano nei Paesi del blocco di Varsavia. A due mesi dall’inizio delle rivoluzioni in Europa orientale, nessuno di questi funzionari, che pure avevano il polso della situazione, avrebbe potuto prevedere quello che poi sarebbe effettivamente successo.

 
 
DIBATTITO SULLA RELAZIONE DEL PROF. KUVALDIN
 
Sandra Cavallucci

(Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali, Università di Firenze)

 
Come i russi di oggi vedono Gorbaciov?
 

Il giudizio dei russi su Mikhail Sergéevic è stato molto severo. Come dicevo, l’Unione Sovietica, è vero, non ha perso la Guerra fredda, ma con Gorbaciov essa ha perduto molto più di che se fosse stata sconfitta nell’ultima guerra, o in una nuova “guerra calda”. L’URSS, oltre ad aver perso se stessa come entità politica, ha perso un quarto del suo territorio, un terzo del suo potenziale economico e la metà della sua popolazione. Ed è una cosa che difficilmente i russi riusciranno a perdonare a Gorbaciov; anche se ci sono sintomi di un qualche cambiamento di opinione.

 

Essendo lei un “insider” del regime, che idea di era fatto della situazione europea a quell’epoca?

 

Posso dire senz’altro qualcosa per la Polonia e per l’Ungheria. Non eravamo eccessivamente preoccupati. Pensavamo che quei fenomeni d’insofferenza fossero alla fine controllabili. L’unica nostra preoccupazione era di tipo strategico e nel campo degli armamenti. Eravamo convinti, tuttavia, che avremmo trovato delle soluzioni a questi problemi con qualsiasi governo polacco o ungherese. Non ci sembravano, insomma, delle questioni brucianti, tali da portarci a credere che il sistema socialista fosse giunto al capolinea.

 

Teneste conto, per caso, in quei momenti, della possibilità di sanzioni economiche contro la Polonia o l’Ungheria, come alternativa all’ipotesi estrema d’intervento militare?

 

Non ne tenemmo conto alcuno. Né si poteva, in ossequio alla vecchia Dottrina Brezhnev, tenere i paesi amici dentro il sistema socialista con la forza. Pochi sanno che la Dottrina Breznev è cessata ai funerali di Konstantin Cernienko, nel marzo 1985. Fu in quell’occasione che Gorbaciov pronunciò un importante discorso, in cui disse che tutti i dirigenti socialisti dei paesi fratelli erano unicamente responsabili nei confronti dei loro popoli e dei loro Stati; ssi pertanto non avrebbero più potuto contare sull’aiuto sovietico per tenere in piedi i loro rispettivi regimi e mantenere il potere. Ecco, la Dottrina Brezhnev finisce esattamente in questo momento.

 
 
Elena Dundovich
(Professore associato di Storia dell’Europa orientale)
 

Gorbaciov ha scatenato o invece ha cercato di governare delle forze che a un certo punto non erano più governabili? Fu previdente il KGB nel decidere di proteggerlo?

 

Va detto con tutta chiarezza che Gorbaciov si sentì sempre un socialista di tipo occidentale, un socialdemocratico. Egli credeva fermamente nella bontà e nella superiorità della scelta socialista. E fu per lui uno choc quando si trovò a constatare che la gente non era disposta a seguirlo su questo terreno.

 

Che ruolo hanno avuto il dissenso e la società civile nel loro ruolo di opposizione alla Nomenklatura, fino alla caduta dell’URSS?

 

Il ruolo del “dissenso” fu modestissimo. Quella che in occidente si chiama “società civile” non esisteva in Unione Sovietica, prima di Gorbaciov.

Mi rendo conto che questa mia affermazione potrebbe non essere condivisa da chi si chiede come fu possibile il cambio di passo verso un regime diverso. E sarebbe un’obiezione ragionevole se io non aggiungessi che, fin dalla morte di Stalin, esistevano in Unione Sovietica delle aree di libero dibattito politico, tra gente che poteva esprimere il proprio pensiero sul futuro dell’Unione Sovietica, senza alcun bisogno di sentirsi “opposizione”. sentendosi bensì semplicemente protagonista di un cambiamento in senso socialista, specialmente dopo un’era di terrore staliniano.

La vera e propria opposizione, invece, covava all’interno del sistema, nel suo cuore: nel Comitato Centrale, nel KGB e nella Nomenklatura. Ed era opposizione a qualsiasi cambiamento Gorbaciov avesse in mente.

 

Sono chiare le responsabilità sovietiche nel 1989: tali responsabilità appaiono altrettanto chiare nel biennio che arriva fino al dicembre 1991, quando l’URSS si dissolve? Non seppe la Nomenklatura trasformarsi al punto da salvare se stessa e cambiare tutto perché nulla cambiasse in Russia?

 

Non sentiamo di doverci attribuire, come gruppo dirigente facente capo a Gorbaciov, alcuna responsabilità per come sono andate le cose in Russia negli anni Novanta. Fra l’altro, eravamo tutti fermamente contrari a Boris Eltsin e ai suoi. A mio parere, l’Occidente ha un quadro distorto di questa transizione. Boris Eltsin non ha creato la Russia moderna. Alla fine dell’era Gorbaciov, ci si profilavano due linee di sviluppo del paese: la prima portava la Russia verso un capitalismo democratico e bene ordinato; la seconda portava a un capitalismo di Stato, sfrenato e anarchico, senza regole. Con Eltsin e i suoi ha prevalso senz’altro questa seconda linea, che fu perseguita per sete di potere e di ricchezza personale.

 

Non dobbiamo dimenticare che l’establishment gorbacioviano ha avuto certamente delle grosse responsabilità, ma anche il merito di aver salvato il Paese dalla guerra civile…

 

Fra il 30 settembre e il 1° ottobre 1988, al Comitato Centrale del PCUS, non c’era nessuna avvisaglia del crollo del socialismo. Qualcuno poteva forse solo intuirlo. Ma, qualora avesse percepito chiaramente tale pericolo, certamente il regime si sarebbe chiesto se non fosse un preciso dovere istituzionale salvare il Paese e il socialismo dalla catastrofe, con tutti i mezzi: compreso l’uso della forza.

L’8 dicembre 1988 io stesso preparai un memorandum per Gorbaciov sul problema del tenere insieme perlomeno le quattro repubbliche della Federazione (Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazakhistan), scrivendo che non si poteva in alcun modo accettare la secessione dalla Russia di quelle repubbliche “sorelle”.

Si poteva (e forse doveva) accettare la perdita delle Repubbliche baltiche, ma occorreva ad ogni costo salvare almeno le quattro repubbliche principali dell’Unione Sovietica.

Lo ripeto. Questo promemoria fu dettato da un preciso dovere che io stesso sentii: difendere l’integrità dello Stato, indipendentemente da chi fosse andato al potere.

 
Angela Romano

(Dottore di Ricerca in Storia delle relazioni internazionali, Università di Firenze)

 

Quali furono le priorità dell’URSS nel campo della sicurezza sovietica?

 

La priorità fu seppellire una volta per sempre il sistema staliniano, in tutte le sue forme e propaggini; e garantire all’Unione Sovietica la sicurezza attraverso il dialogo con l’Europa occidentale e lo sviluppo di relazioni con essa, in modo da produrre un sistema di sicurezza nuovo e non ostile a Mosca.

 
Sara Tavani

(Dottoranda di ricerca in Storia delle Relazioni internazionali, Università di Firenze)

 

Lei ha parlato della sfida e della speranza socialdemocratica di Gorbaciov. Quanto ha pesato, su tutto questo, la fine della socialdemocrazia tedesca nella Repubblica federale tedesca?

 

E’ una domanda molto pertinente. Che però andrebbe completata con un addendum: quanto ha inciso sul fallimento della politica gorbacioviana l’ondata conservatrice rappresentata da Reagan, dalla Thatcher e da Kohl?

Non è possibile dare una risposta univoca. Si trattò comunque di una circostanza che condizionò la vita sovietica, ma che non incise profondamente sulla politica estera di Gorbaciov, il quale peraltro riscosse sempre enorme successo e simpatia tanto presso la “lady di ferro” quanto presso Reagan.

Ricordo che ero con lui a San Francisco, all’inizio di giugno del 1990, durante la sua visita ufficiale negli Stati Uniti, quando ricevette un’affettuosa lettera dell’ex Presidente Ronald Reagan e di sua moglie Nancy. In essa Reagan esprimeva tutta la sua felicità per il fatto di essere riuscito a por termine alla Guerra fredda insieme al leader del Cremlino; e aggiungeva che ora poteva morire in pace, dirgli fraternamente addio, orgoglioso di aver avuto la ventura di conoscere un uomo simile.

 
Manfredi Filippazzi

(Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali)

E’ possibile che la Nomenklatura (penso al Komsomol) sia stata proprio la fonte da cui Boris Eltsin ha potuto trainarsi alcuni riformisti, mentre un’altra parte di essa (ad esempio: l’Accademia delle Scienze) rimase fedele a Gorbaciov?

 

Bisogna innanzitutto partire da una constatazione: il sistema sovietico era non riformabile
Sarebbe stato possibile, tuttavia, uscire da questo impasse a un costo molto minore di quello che poi pagammo. A un certo punto, i gorbacioviani hanno temuto il ripetersi dell’esperienza di Krusciov, con una nomenklatura così divisa, di cui una parte era pronta a riformare il sistema, mentre un’altra parte era prontissima a fare del potere personale e della ricchezza l’alfa e l’omega delle future scelte politiche del Paese. Avremmo potuto pagare un prezzo minore? Forse sì: lasciare, ad esempio, che gli oppositori di Gorbaciov condividessero con lui il potere, ma anche le responsabilità conseguenti.

 
 
 

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