
«Bohemia, a desert country near the sea» (W. Shakespeare, The Winter's Tale, Atto III, Sc. III)
William Shakespeare non avrebbe mai pensato che la sua immaginaria Boemia lambita dal mare contro ogni prova geografica avrebbe potuto un giorno realizzarsi.
Dare una costa alla Boemia. Questo è il progetto che nel 1975, in piena Guerra fredda, viene presentato al regime comunista cecoslovacco da un accademico del Politecnico di Praga.
La notizia, già apparsa sul Lidové Noviny, è stata “rifischiata” da Radio Praga, il 12 maggio scorso.
Un professore del Politecnico praghese, Karel Žlábek, nel 1975 mise allo studio un progetto di costruzione di una ferrovia adatta al trasporto di mezzi leggeri e pesanti, che da ÄŒeské BudÄ›jovice, in Boemia meridionale, avrebbe raggiunto la costa adriatica, con un percorso sotterraneo di circa 350 chilometri, sui 410 totali.
Era previsto che la “metropolitana” riemergesse fra Trieste e Capodistria. A capo del progetto fu messo il Direttore del Dipartimento costruzioni sotterranee “Pragoprojekt”, JiÅ™í Svoboda, reputato il massimo esperto ceco di tunnel.
«Coloro che concepirono il progetto lo ritenevano molto realistico – ha dichiarato Svoboda, a distanza di anni – . L'idea era di collocare il trasporto su strada nel sottosuolo. All'epoca, gli svizzeri stavano sviluppando l'idea di gallerie sotterranee di circa cinquanta chilometri che potessero trasportare veicoli su carri ferroviari. Ciò a cui pensavamo non era un tunnel, ma un sistema di tunnel».
Dulcis in fundo, sarebbe stata poi creata un'isola artificiale al largo delle coste jugoslave, previo accordo con Belgrado. La cosa stupefacente era che quest'isola avrebbe dovuto essere considerata a pieno titolo territorio cecoslovacco, anzi il porto nazionale con il nome di Adriaport.
Nessun accenno il progetto faceva a un possibile accordo con l'Austria, altro stato sotto cui si sarebbe dovuto scavare nei trent'anni della prevista realizzazione della ferrovia.
Ben presto, comunque, l'idea si rivelò molto costosa; e la si ritenne anche problematica per l'esistenza della Cortina di ferro (oltre che per i problematici rapporti fra la Jugoslavia e gli altri Paesi del campo socialista).
Era un'utopia politica ma praticamente realizzabile, come ha sottolineato lo stesso Svoboda. Ma era un'utopia che fu coltivata anche in epoca anteriore: addirittura ben prima del “colpo di Praga” del febbraio 1948.
Se il Presidente statunitense Obama cerca materiale di riflessione sulla possibilità di rimuovere il divieto per gli americani di recarsi liberamente a Cuba, come ha annunciato la scorsa settimana, ne troverà certamente nell'articolo che Kathleeen Kennedy Townsend ha pubblicato sul Washington Post del 23 aprile scorso.
La Kennedy è la figlia di Robert Kennedy, il fratello di quel “JFK”, giovane Presidente pioniere della “nuova frontiera”, di cui Bob era Ministro di Giustizia. E che del fratello avrebbe condiviso il tragico destino.
La Kennedy ha raccontato dalle colonne del Washingon Post che, come Attorney General della nuova amministrazione di Lyndon Johnson, nel 1963 suo padre s'interessò del caso di una cinquantina di studenti di un College americano, messi sotto processo per aver infranto,durante le vacanze natalizie, il divieto per i cittadini americani di recarsi a Cuba. Era una situazione assai delicata, perché i giovani rischiavano senza dubbio una severa condanna.
Robert Kennedy, il 12 dicembre 1963 (si era a pochi giorni dalla tragica scomparsa del fratello John, a Dallas), opponendosi al processo agli studenti, scrisse al Segretario di Stato Dean Rusk, in questi termini: “Ci sono verosimilmente due modi di procedere che ci si aprono davanti in queste circostanze. Uno: fare qualsiasi sforzo per ridurre le visite a Cuba; due: cancellare l'esistente regolamentazione che proibisce tali visite. La prima soluzione è improbabile che risolva il problema; io sono in favore della seconda”. Il divieto di recarsi a Cuba, argomentava Bob Kennedy, violava il diritto degli americani di viaggiare. Anzi, comprimere questa libertà era l'esatto contrario dei valori americani.
L'articolo e i documenti originali integrali del caso posso essere letti qui.
«Nonostante la sua chiarezza – scrive ancora la Kennedy Townsend - la posizione di mio padre non ebbe seguito. Invero la Casa Bianca di Johnson si schierò con le ragioni del Dipartimento di Stato », di non voler distendere i rapporti con Cuba per non dare l'idea che gli Stati Uniti stessero abbassando la guardia. Tale approccio di Washington s'inseriva in una politica generale mirante a far sì tutta l'America Latina isolasse Castro: una politica che sarebbe riuscita fin solo verso la metà degli anni Settanta.
La Kennedy sottolinea che i leader latino-americani hanno ribadito al Presidente Obama idee certamente non nuove, in occasione del recente vertice delle Americhe. Ossia che è ormai tempo di normalizzare le relazioni con l'Avana, perché continuando a isolare Cuba Washington isola se stessa.
Lo dicono anche i sondaggi: il 64% degli americani e il 67% di cubani che vivono a Miami è favorevole a togliere il divieto di recarsi nell'isola Caraibica; il 71% ritiene giunto il momento di normalizzare le relazioni bilaterali.
L'alba di un nuovo giorno nelle relazioni tra Washington e L'Avana è possibile, e lo ha dichiarato lo stesso Obama una settimana fa. Conoscendo la frenetica attività legislativa dell'allora senatore Obama, c'è da attendersi che, da presidente, egli si faccia promotore quanto prima di un Freedom to Travel to Cuba Act, di una nuova legge sulla libertà di viaggiare a Cuba, che cancelli il vecchio embargo.
«Lo scopo – conclude la Kennedy nel suo articolo sul Washington Post – è non solo l'avanzamento della democrazia a Cuba, ma, come Robert Kennedy credeva, una politica coerente con la santità delle libertà tradizionali e coi valori di una società libera: la nostra».
A questo articolo della Kennedy ha risposto il 24 aprile lo stesso Fidel Castro, che in una nota, peraltro elogiativa dell'articolo, ha osservato: «La nipote del presidente che cercò di invaderci e far cadere il governo rivoluzionario cubano e imporre il blocco, si somma adesso ad un coro sempre più ampio a favore del rovescio di questa politica stabilita mezzo secolo fa».
Resta solo un interrogativo, giustificato dalla lettura dei documenti diplomatici americani: fosse scampato e sopravvissuto all'attentato di Dallas, JFK avrebbe condiviso la politica di suo fratello?
Mi aveva incuriosito un cenno di Massimo Pini nella sua biografia di Craxi (Milano, Mondadori, 2006). «In parallelo con le disgrazie di Ciriaco [De Mita, all'epoca Presidente del Consiglio], - scrive Pini - la figura di Craxi si ammantava di sempre maggior prestigio, anche internazionale. Premiato nell'ottobre 1988 come “uomo dell'anno” dalla comunità italoamericana, era stato ricevuto nuovamente da Ronald Reagan alla Casa Bianca, alla vigilia delle elezioni presidenziali che avrebbero visto la vittoria di George Bush senior» (p. 384 dell'edizione Oscar).
Che, nonostante la crisi di Sigonella e alcune punte dialettiche con Washington, la figura di Craxi fosse per l'Amministrazione Reagan, nel 1988, ancora così importante per i rapporti con l'Italia e per il collocamento di quest'ultima nel blocco occidentale, Pini lo fa certamente intuire dalle righe che ho citato.
Ma la documentazione segreta e declassificata americana consente ora di studiare sotto una luce nuova quella visita negli Stati Uniti dell'ormai ex premier italiano.
Non è raro che un ex primo ministro desideri incontrare un Presidente ancora in carica, specialmente se esiste una corrente di stima personale. Dal punto di vista protocollare, tuttavia, è ovvio che la cosa assuma un significato del tutto diverso rispetto a un “vertice” fra pari grado.
Eppure la visita di Craxi negli Stati Uniti, nei giorni 20-22 ottobre 1988, tralasciando gli aspetti privati (il leader socialista vi si recava per ricevere un premio dalla comunità italiana) assunse, come vedremo, un'importanza diplomatica forse di non poco conto.
Anzitutto una precisazione. Com'è logico, è Craxi che, in previsione della trasferta americana, chiede di essere ricevuto da Reagan, e lo fa verso la metà del settembre 1988 attraverso il Dipartimento di Stato.
Ce lo dice una memorandum confidenziale per il Consigliere alla Sicurezza Nazionale, Colin Powell, del 22 settembre 1988, redatto dal Segretario esecutivo del Dipartimento, Melvyn Levitsky.
«Bettino Craxi – vi si legge – ex Primo Ministro e attuale leader del Partito Socialista Itaiano, ha chiesto un breve incontro di “addio” e la possibilità di una foto ricordo col Presidente, durante la sua visita a Washington del 20-22 ottobre Craxi sarà a Washington in primo luogo per ricevere un premio dalla Fondazione italo-americana. Sarà ospite d'onore, il 21 ottobre, alla colazione offerta dal Segretario [di Stato] Schultz e spera altresì d'incontrare il vice-Presidente [George Bush senior]. Craxi è ampiamente considerato la figura più di spicco della politica italiana odierna. E' il maggiore candidato a succedere al Primo Ministro De Mita nel caso in cui i democristiani dovessero rassegnare le dimissioni».
E poi una frase rivelatrice: «L'appoggio di Craxi potrebbe dimostrarsi un grande vantaggio per gli Stati Uniti nel conseguimento di più ampi obiettivi internazionali. Il Dipartimento di Stato appoggia questa richiesta di una foto ricordo e di un breve incontro col Presidente, nel caso in cui l'agenda del Presidente lo consenta».
E l'agenda di Reagan consentì. Durò esattamente quindici minuti, dalle 10,30 alle 10,45, il colloquio fra Ronald Reagan e Bettino Craxi, quel 20 ottobre 1988.
I diari di Reagan hanno in proposito solo un fuggevole cenno: «Giovedì, 20 ottobre: ...Visita da Bettino Craxi, ex primo ministro italiano». (The Reagan Diaries, New York, Harper & Collins 2007, p. 659).
Certamente, in una giornata densa, iniziata alle dieci del mattino con questioni di bilancio che il nuovo Presidente degli Stati Uniti avrebbe ereditato (e Reagan ne parlò proprio con George Bush senior, suo vice, e suo successore di lì a poco); giornata proseguita con un incontro con Colin Powell dopo un attacco suicida al confine israelo-libanese, e coi problemi legali dell'ex presidente filippino Marcos; culminata poi in un vertice col Presidente sudcoreano Roh Tae Woo, in visita a Washington; in un tale contesto, insomma, era chiaro, che la venuta di Craxi a Washington potesse meritare pochissime righe di diario da parte del Presidente americano.
Ma i documenti segreti sono molto più dettagliati e assai più interessanti.
Vi è anzitutto un promemoria segreto, preparato da Colin Powell per Reagan.
Craxi, vi si legge, ha chiesto di incontrare il Presidente (quasi uscente: siamo alla vigilia delle elezioni presidenziali) degli Stati Uniti per un congedo e per ringraziarlo per la il suo efficace modo di gestire l'alleanza atlantica e le relazioni est-ovest. Seguono, nel documento, alcune interessantissime annotazioni di Powell: «Craxi è il più potente leader politico italiano. Come Primo Ministro fra il 1983 e il 1987, ha forgiato una politica estera italiana più assertiva, sostenendo il dispiegamento in Italia dei missili nucleari a medio raggio, e unendosi a noi e agli altri alleati occidentali nell'inviare forze di pace in Libano, e dragamine nel canale di Suez. Da quando ha lasciato l'incarico nel 1987, ha energicamente appoggiato la decisione dell'Italia di accettare il ridispiegamento della nostra 401ma squadriglia di caccia dalla Spagna in Italia. Ha difeso la decisione del governo di dispiegare le navi italiane nel Golfo Persico, e di contribuire alla forza di osservatori delle Nazioni Unite che controlla il cessate il fuoco tra Iran e Iraq. Il partito socialista di Craxi è secondo in grandezza nella coalizione pentapartito al governo attualmente diretta da Ciriaco De Mita, che vi ha reso visita in giugno. Tutti gli osservatori politici in Italia predicono che Craxi diverrà ancora una volta primo ministro italiano. Abbiamo avuto la nostra razione di divergenze con Craxi in passato, in particolare sulla politica mediorientale e in relazione alla Libia. Ma, tutto sommato, egli è stato uno dei più saldi sostenitori dell'Occidente».
Questo era il quadro tracciato da Colin Powell per Reagan.
Il secondo foglio di questo promemoria segreto è altrettanto interessante. S'intitola “Punti da trattare” con Craxi.
Sono cinque, una sorta di linea-guida per Ronald Reagan, nei quindici minuti concessi al leader socialista:
Il contributo italiano alla sicurezza occidentale è stato ammirevole. La presenza dell'Italia nel Golfo Persico e il contributo aal mantenimento della pace nella regione sono riconosciuti nel loro valore.
Voglio ringraziarla specialmente per la decisione del vostro Governo di accettare il ridispiegamento della nostra 401ma squadriglia caccia dalla Spagna. Questa decisione è un esempio di capitale importanza dell'arte di governare.
Mentre l'Alleanza atlantica guarda avanti, ci troveremo ad affrontare sue sfide. Dobbiamo esser pronti a impegnarci col Segretario Generale Gorbaciov, mantenendo al contempo l'unità e una forse difesa tra alleati.
La nostra seconda sfida è nell'area del commercio. Mentre l'Europa procede verso il 1992 e l'Atto Unico Europeo, dobbiamo assicurare che i mercati rimangano aperti, in particolare nell'area delle telecomunicazioni».
Dal verbale segreto dell'incontro, svoltosi il 20 ottobre 1988 fra Reagan e Craxi (che era accompagnato dall'ambasciatore italiano a Washington Rinaldo Petrignani), emerge che Reagan seguì praticamente alla lettera i suggerimenti del suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Gioverà pertanto tenere presente, di questo terzo documento, solo ciò che Craxi disse a Reagan.
Il Presidente ricevette Craxi alla Sala Ovale e poi lo accompagnò al Giardino delle rose per incontrare la stampa. Dopo di che lo riportò nella Sala Ovale dove iniziò la conversazione.
Craxi si congratulò con Reagan per il fatto che il suo mandato terminava in modo trionfale, come del resto rivelavano i sondaggi. Il leader socialista aggiunse che Italia e Stati Uniti avevano lavorato insieme, e i mutamenti in corso nel mondo avrebbero richiesto senza dubbio che quella collaborazione continuasse. Quando Reagan ringraziò il Governo italiano per aver dato ospitalità agli «aerei senza casa dell'America», Craxi osservò che questi aerei sarebbero stati utili ovunque fossero stati dispiegati. Quando il Presidente americano toccò il tema del dialogo est-ovest, Craxi osservò «di essere favorevole alla riduzione delle spese militari attraverso un processo di controllo delle armi» e che «era un paradosso che l'europa e gli Stati Uniti fossero impegnati in discussioni sulle spese di difesa». Per come lui la vedeva, «gli stessi Stati europei avrebbero dovuto assumersi una maggiore responsabilità nella loro difesa, e avrebbero dovuto chiedere a Gorbaciov di ridurre le armi convenzionali in Europa»
Reagan chiosò dicendo che sulla riduzione degli armamenti vi erano dei problemi al Congresso, dove alcuni membri desideravano riduzioni unilaterali senza attendere che Gorbaciov negoziasse tali riduzioni con gli Stati Uniti.
Si toccarono infine i temi dell'evoluzione della Comunità europea verso un mercato unico.
Craxi si disse contrario a tendenze protezioniste. «Egli disse che la Comunità europea aveva una certa tendenza all'eccessivo protezionismo. Questo protezionismo avrebbe ostacolato le relazioni con gli Stati Uniti e coi Paesi più poveri che circondavano l'Europa». L'agricoltura era per lui un problema particolare. Era un problema mondiale, replicò Reagan, con tutti i surplus agricoli, esito della sovrapproduzione. Il leader socialista rispose che «i surplus in Europa erano talmente vasti che gli europei stavano avendo difficoltà a trovare magazzini per conservare gli alimenti». Alcune derrate erano state inviate addirittura in Austria».
Pensando dunque all'Europa si chiuse l'incontro tra un ex premier e un imminente ex Presidente.
Dalla documentazione esaminata emerge un Craxi che, agli occhi degli americani, certamente spiccava sulla media dei politici italiani a lui contemporanei per fedeltà all'alleanza occidentale (attestatagli da Reagan, come abbiamo visto, perfino nel pieno della crisi di Sigonella), per chiarezza di vedute e di prospettive e soprattutto per deciso e inequivocabile sostegno alla causa dell'Occidente. Certamente è ancora presto per un bilancio storiografico, a cui mancano ancora troppi tasselli. Ma dai documenti consultati si ha quasi l'impressione che gli americani vedessero impersonata in Craxi quell'Italia che essi in fondo avevano sempre desiderato, specialmente in politica estera: ossia un alleato affidabile ed efficace nella NATO; un partner fedele sui vari quadranti; un paese autenticamente europeo senza inopportune chiusure all'esterno.
Se furono sprazzi, o se quello craxiano fu realmente un periodo di fulgore diplomatico del nostro Paese, s'incaricherà la storia di decretarlo quando tutta la documentazione sarà disponibile.




Con piacere riceviamo e pubblichiamo un saggio che Maria Rita Del Prete, Dottoranda di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali dell'Università del Salento, ha riservato al blog di "Diplomatic History". Saranno naturalmente bene accetti riflessioni, commenti e contributi ulteriori, che possano dar vita a un dibattito sul tema oggetto del saggio.
S'inaugura in tal modo uno spazio dedicato alle "giovani leve" della storiografia italiana, che troveranno su questo blog modo di informare la comunità scientifica dei loro "lavori in corso" e di confrontarsi con altri colleghi su un terreno libero e vasto di proposte e di idee.
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Economia e politica attraverso l’Atlantico
(1962-1967)
di MARIA RITA DEL PRETE (*)
Il 4 Maggio 1964 si aprì ufficialmente a Ginevra la conferenza per le riduzioni doganali tra i paesi aderenti al General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), nota anche come Kennedy Round, dal nome del presidente statunitense al quale l’iniziativa era in gran parte dovuta.
Di fronte al consolidarsi della CEE e alle prospettive, in seguito fallite, di un suo allargamento con l'adesione inglese, la nuova amministrazione americana si schierava con decisione per una politica commerciale più liberistica che avrebbe dovuto condurre a una parziale integrazione economica tra gli Stati Uniti e l'Europa occidentale.
La ricerca di una più stretta alleanza commerciale tra le due sponde dell’Atlantico sarebbe passata attraverso una nuova legge sull’espansione degli scambi, il Trade Expansion Act (TEA), promulgato nell’Ottobre 1962, e un nuovo ciclo di negoziati internazionali tra i membri del GATT[1].
Kennedy e i suoi consiglieri economici erano convinti che l’economia americana fosse capace di una crescita molto più intensa e continuativa di quella sperimentata negli ultimi anni della presidenza Eisenhower, e che, grazie a essa, sarebbero stati, quasi automaticamente, risolti i principali problemi del paese. L’aumento dell’occupazione e dei redditi avrebbe soddisfatto il mondo del lavoro e le classi medie, e ridotto le aree di povertà senza bisogno di ricorrere a politiche pubbliche di ridistribuzione. L’accelerazione degli investimenti avrebbe migliorato la produttività: se l’inflazione fosse rimasta sotto controllo, si sarebbe potuta raddrizzare la bilancia dei pagamenti evitando di sacrificare le posizioni internazionali degli Stati Uniti. Un’ulteriore motivazione alla filosofia della crescita veniva, infatti, dalla politica estera kennediana, che prevedeva un vigoroso e costoso rilancio degli impegni internazionali sia con gli aiuti per lo sviluppo sia con il potenziamento militare.
Il perno della nuova politica economica americana fu un progetto di riduzione delle tasse volto a favorire gli investimenti privati, che sarebbe stato approvato solo all’inizio del 1964 sotto l’amministrazione Johnson. Il presidente statunitense mise anche in cantiere costosi programmi pubblici per lo sviluppo di nuove tecnologie di utilità sia militare sia civile e, infine, avviò il Kennedy Round, appunto; la liberalizzazione degli scambi avrebbe dovuto favorire non solo la crescita mondiale, ma soprattutto, quella delle esportazioni statunitensi, aiutando così a risolvere il deficit dei pagamenti che, dal 1958 aveva assunto dimensioni preoccupanti[2]. «I kennediani infatti, più di ogni altra amministrazione nell’intero dopoguerra, confidavano in un’intrinseca superiorità dell’apparato produttivo americano e pensavano quindi che esso avrebbe ricevuto stimoli e vantaggi competitivi dalla crescita dei commerci internazionali»[3].
I negoziati tariffari erano parte, e la loro riuscita era indispensabile alla realizzazione, del Grand Design, il grande piano di Kennedy per l’Europa, fra i primi e più ambiziosi programmi della nuova presidenza; con quel progetto, si intendevano preparare le condizioni per una partnership atlantica che portasse alla formazione di un blocco di forze politiche, economiche e militari tra un’Europa occidentale finalmente unificata e gli Stati Uniti; tale blocco avrebbe potuto con il suo peso neutralizzare definitivamente la minaccia comunista e indirizzare le proprie energie verso le zone arretrate del mondo, favorendone lo sviluppo.
Gli Stati Uniti, aveva detto il presidente nel discorso commemorativo dell’Indipendenza americana, tenuto a Filadelfia il 4 Luglio 1962, la cosiddetta Dichiarazione d’Interdipendenza, erano pronti a discutere con un’Europa unita i modi e i mezzi per costituire una concreta Associazione Atlantica; i suoi obiettivi sarebbero stati una più efficace difesa comune, una più generale risposta ai bisogni delle nazioni più povere, la riduzione delle barriere doganali, la soluzione dei problemi di carattere monetario e commerciale, l’elaborazione di direttive coordinate in tutti gli altri settori.
«Ma desidero dire, in questa sede e in questa Giornata dell'Indipendenza, che gli Stati Uniti si terranno pronti per una Dichiarazione d'Interdipendenza, che noi saremo preparati a discutere con un'Europa unita i modi e i mezzi per costituire una concreta Associazione Atlantica, un'associazione di reciproco vantaggio tra la nuova Unione che va ora formandosi in Europa e la vecchia Unione americana […]. Tutto questo non sarà portato a termine nel giro di un anno, ma che il mondo sappia che questa è ora la nostra meta»[4].
All’inizio degli anni sessanta il divario con gli altri centri di potere politico ed economico diminuiva; i successi sovietici (spaziali e missilistici, politici e diplomatici, il continuo sviluppo della potenza sovietica sul piano produttivo e gli ottimi risultati conseguiti nel campo dell’educazione) sembravano minacciare la superiorità americana, mentre cominciava a delinearsi una rivalità con gli alleati occidentali.
Se l’Europa rimaneva strettamente dipendente da Washington per la propria difesa, il rapido progredire dell’integrazione economica attraverso il MEC e la prospettiva di una prossima integrazione politica che sarebbe potuta avvenire seguendo linee e modelli diversi da quelli auspicati, sollecitavano gli Stati Uniti a intervenire per influenzare le istituzioni e gli interessi emergenti e non ancora consolidati della Comunità Europea.
Attraverso il MEC doveva realizzarsi una sempre maggiore integrazione tra industria europea e industria americana, secondo un obiettivo che non aveva solo un valore economico ma che doveva anche contribuire a realizzare il progetto di egemonia mondiale alla base del Grande Disegno.
«Esso rifletteva lo sforzo di adattare le vecchie idee wilsoniane della politica del libero scambio, come fonte di pace e benessere, alla realtà del conflitto tra Est e Ovest»[5].
La politica del libero scambio, inaugurata a Bretton Woods, sviluppata dal Piano Marshall e perfezionata con ulteriori accordi relativi alla regolamentazione del commercio estero, aveva dato un importante contributo al raggiungimento di un alto livello di prosperità nel mondo occidentale. Ma, se si volevano creare le condizioni per allargare ai paesi del Terzo Mondo l’area del benessere, era necessario accrescere la potenza economica dell’Occidente attraverso una sempre maggiore integrazione delle sue economie.
L’ingresso della Gran Bretagna nella CEE e un ulteriore incremento degli scambi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico erano i mezzi attraverso cui il governo americano intendeva perseguire lo scopo. In questo modo si sarebbe potuto evitare che il dinamismo economico e politico dell’Europa andasse contro gli interessi statunitensi e utilizzare la crescente forza degli alleati europei contro l’URSS, nel quadro di un confronto Est-Ovest, ormai entrato in una fase decisiva[6].
All’Europa atlantica di Kennedy, un’Europa che rafforzasse la sua collaborazione con gli Stati Uniti e che, sotto la guida americana, contribuisse a un nuovo assetto mondiale le cui linee restavano ancora da definire, il presidente francese, il generale de Gaulle, opponeva un’Europa regionale, fondata su una stretta collaborazione franco-tedesca (l’Europa carolingia, appunto), ideologicamente anticomunista, ma economicamente e militarmente autonoma da Washington, sottratta alla logica del confronto tra le due superpotenze; una concezione che superava la politica dei blocchi, preannunciava il multipolarismo e rilanciava il progetto di un’Europa come terza forza, rivendicando per il vecchio continente una posizione di indipendenza tra USA e URSS .
Se Kennedy partiva dal presupposto di una stretta comunanza di vedute e di obiettivi tra Europa e Federazione nordamericana e mirava a una graduale integrazione della comunità atlantica sul piano difensivo ed economico, de Gaulle respingeva categoricamente quel concetto di integrazione e attribuiva all’Europa un’autonomia di decisioni incompatibili con il disegno comunitario del presidente statunitense.
Nella conferenza stampa del 14 Gennaio 1963, il generale pose il veto all'ingresso della Gran Bretagna nella CEE e rifiutò l'offerta americana di partecipare al controllo del deterrente nucleare, bocciando definitivamente il progetto per la costituzione di una Forza Nucleare Multilaterale Atlantica (MLF).
Il presidente francese dichiarò, in quell’occasione, che la Gran Bretagna, non solo aveva chiesto di entrare alle proprie condizioni ma, per di più, era insulare, marittima, legata per scambi, mercati e approvvigionamenti ai paesi più diversi e lontani, e che la struttura e la congiuntura inglesi erano profondamente diverse da quelle continentali; avanzò quindi le sue condizioni: adeguamento alla Tariffa Esterna Comune, rinuncia a ogni preferenza verso il Commonwealth, a ogni privilegio per l’agricoltura nazionale, abbandono dell'EFTA. De Gaulle sostenne che Londra non poteva soddisfare quelle richieste e che, perciò, la sua adesione era per il momento impossibile; aggiunse che, con l'ingresso della Gran Bretagna, la Comunità Europea sarebbe stata assorbita in una colossale comunità atlantica sotto la dipendenza e la direzione americane.
Il generale ribadì, ancora una volta, la sua convinzione che l’Europa doveva provvedere da sola alla propria difesa[7]. L’Alleanza Atlantica rimaneva valida per l’Europa e per la Francia, ma la sua organizzazione militare non era più accettabile nei termini esistenti; pur restando fedele alle premesse politiche e ideologiche dell’Alleanza, la Francia respingeva il principio dell’integrazione, sotto il controllo americano, del contributo europeo alla difesa dell’Europa.
Lo scenario internazionale di fine anni cinquanta differiva profondamente da quello che, appena dieci anni prima, aveva portato alla creazione della NATO: una conquista sovietica dell’Occidente appariva quanto mai inverosimile; il suolo europeo sarebbe potuto diventare il terreno dello scontro tra le due superpotenze, entrambe nelle condizioni di sferrare un attacco nucleare[8]. La Francia avrebbe pertanto dovuto, secondo il suo presidente, disimpegnarsi dall’integrazione militare della NATOsotto comando americano, stabilire con ogni stato del blocco orientale e innanzitutto con l’URSS dei rapporti per favorire la distensione, l’intesa e la cooperazione[9] e poter contare su una forza nucleare propria in modo da far desistere le altre potenze da un eventuale attacco[10].
La Francia e l’Europa non avevano interessi mondiali, avendoli perduti con la decolonizzazione e, dunque, dovevano evitare di farsi coinvolgere passivamente nella politica mondiale dei nordamericani; tra Europa e Stati Uniti, insieme a interessi comuni, esistevano anche interessi contrastanti che era necessario tutelare, mantenendo distinte le individualità storiche e culturali dei due alleati.
La mancata adesione inglese impediva la saldatura delle due componenti, quella europea e quella americana, della comunità atlantica, trascinando con sé la MLF, “il pilastro militare del Grande Disegno”[11]. Del programma kennediano non restava, quindi, che la riconferma dell’Alleanza Atlantica nelle sue strutture tradizionali, pur indebolite dal graduale disimpegno francese[12], e una più stretta collaborazione sul piano commerciale che doveva concentrarsi nel Kennedy Round[13], un negoziato che, per le difficoltà che avrebbe incontrato, sembrò preludere, più che a un rafforzamento dell’intesa atlantica, a una fase di confronto e di competizione tra Europa e Stati Uniti.
«Uno sguardo agli anni sessanta suggerisce l’idea che l’approccio democratico abbia prodotto in ogni sfera risultati ironici e non voluti. Il Grande Disegno atlantico mirava a completare l’originario programma postbellico con il consolidamento dell’integrazione economica e militare sotto la guida americana. Gli alleati più dipendenti e politicamente più docili erano pronti ad assentire, ma la resistenza della Francia gollista fu solo irrigidita dai progetti americani. Gli Stati Uniti cercarono di sanare i loro crescenti deficit finanziari aggirando le alte tariffe esterne della CEE e aumentando l’esistente surplus commerciale soprattutto in prodotti agricoli. L’Europa rispose con una Politica Agricola Comunitaria protezionista e con gli attacchi francesi al dollaro. De Gaulle rifiutò il rafforzamento dell’integrazione militare accelerando il suo piano nucleare e ritirando la Francia dalla struttura militare della NATO nel 1966»[14].
Il complesso equilibrio su cui il sistema monetario internazionale si reggeva era diventato, nel frattempo, sempre più insoddisfacente per tutte le parti. Gli Stati Uniti, sebbene intendessero mantenere il dollaro come moneta chiave, in virtù degli accordi di Bretton Woods non potevano svalutare un dollaro sopravvalutato, e dunque dovettero mantenere un cambio che danneggiava le esportazioni americane e incoraggiava gli investimenti all’estero, accentuando così il deficit dei pagamenti.
Gli alleati da parte loro, e soprattutto i francesi, sebbene l’abbondanza di liquidità avesse aiutato l’espansione delle loro economie e del loro commercio, erano irritati dalla mancanza di disciplina dei paesi centri di riserva, dai conseguenti effetti inflazionistici, dal privilegio speciale di cui godeva la potenza dominante, la quale, per così dire, poteva perpetuare il suo deficit a loro spese [15].
L’alternativa francese alla politica di integrazione atlantica era quindi estremamente precisa nelle sue formulazioni e giustificazioni, legata a una visione della realtà europea e mondiale discutibile ma non certo irrealistica; era poi quella che più concretamente - sebbene destinata a perdere di credibilità negli anni successivi e malgrado tutti i suoi limiti, a cominciare dal ben noto ed eccessivo patriottismo che la caratterizzava - anticipava le preoccupazioni, le rivendicazioni, le istanze di autonomia che si sarebbero manifestate nel corso degli anni sessanta.
«Quando alla fine del decennio, tramontato il Grand Design e approfonditasi la crisi atlantica, quei fermenti matureranno e si preciseranno, la politica europeista destinata a emergerne dovrà riconoscersi tributaria di molte idee golliste»[16].
Il 25 Gennaio 1962 Kennedy presentò al Congresso la nuova legge sul commercio estero; il risultato sarebbe stato il Trade Expansion Act, che egli stesso definì il più importante testo legislativo in materia economica dopo l'approvazione del piano Marshall.
I poteri delegati dal Congresso al presidente in materia di politica commerciale facevano capo fino al 1961 al Trade Agreements Act del 1934; la legge, emendata diverse volte nel corso di più di due decenni, «spirava il 30 Giugno 1962 e chiari sintomi lasciavano prevedere che l'amministrazione democratica avrebbe colto questa occasione per riformare l’intera politica americana in materia di commercio estero. Il primo annuncio ufficioso delle intenzioni della Casa Bianca si ebbe il 1° Novembre 1961 con un discorso di George W. Ball, allora sottosegretario di Stato per gli Affari Economici, dinanzi alla National Foreign Trade Convention»[17]; tale discorso − assieme al rapporto Herter-Claytonsul problema generale degli scambi tra gli Stati Uniti e il resto del mondo, depositato presso la sottocommissione congressuale per la politica economica all'estero, lo stesso 1° Novembre − anticipò le tesi sviluppate alcuni mesi più tardi da Kennedy e annunciò, in particolare, gli elementi innovatori della nuova legislazione: il potere del presidente di negoziare riduzioni globali sulle tariffe, al posto del negoziato prodotto per prodotto[18], e la necessità di una politica di sussidi federali alle imprese e ai lavoratori colpiti dai provvedimenti di disarmo tariffario[19].
Il Trade Expansion Act, firmato da Kennedy l'11 Ottobre 1962[20], prorogò innanzitutto per cinque anni, fino al 30 Giugno 1967, la competenza presidenziale in materia di trattative commerciali e di fissazione di dazi doganali − la più lunga proroga dal 1934, anno in cui il Congresso aveva delegato al capo dell'amministrazione questa facoltà da esso in precedenza esercitata.
Nel quadro delle trattative con altri paesi e subordinatamente a un criterio di reciprocità, il presidente era autorizzato a ridurre del 50% le tariffe doganali vigenti al 1° Luglio 1962 (permettendo, per la prima volta, di operare riduzioni equilineari, cioè percentualmente uniformi), a modificare le cosiddette restrizioni paratariffarie, a eliminare completamente le tariffe del 5% o inferiori, e a negoziare, nel caso di un accordo con la CEE, la completa abolizione dei dazi nei riguardi di quei prodotti industriali, per i quali gli scambi tra Stati Uniti e CEE rappresentassero almeno l'80% del valore totale del commercio mondiale − paesi comunisti esclusi −, sui prodotti agricoli, quando le condizioni dell'accordo con la Comunità fossero tali da garantire il mantenimento e l'espansione delle esportazioni agricole americane e nei confronti dei prodotti tropicali se l'accesso assicurato a questi, sui due mercati, fosse stato comparabile.
La validità della clausola dell’80% presupponeva il successo dei negoziati relativi all'adesione inglese alla Comunità; considerando infatti il solo interscambio USA-CEE si sarebbe potuta applicare a pochissime categorie di prodotti. La legge era, evidentemente, stata pensata e per incoraggiare l’ingresso della Gran Bretagna nella CEE, e in previsione delle difficoltà che quell’adesione avrebbe causato al commercio americano, specie nel settore agricolo.
Le altre innovazioni riguardarono l’attuazione delle misure protettive delle escape clauses (o clausole di salvaguardia, per evitare che i tagli alle tariffe minassero la competitività interna), l’abbandono dell'espediente protezionistico del peril point (i negoziati sulle riduzioni doganali potevano svolgersi solo dopo che fossero state stabilite le tariffe minime, considerate il limite al di sotto del quale qualunque concessione avrebbe leso l’industria interna) e la formulazione di nuove modalità di assistenza ai settori eventualmente danneggiati dall'abbassamento tariffario; la legge prevedeva, appunto, che il presidente potesse concedere gli aiuti (adjustement assistance), sotto diverse forme, per favorire l’adattamento delle imprese e dei lavoratori alle nuove condizioni di concorrenza determinate dalle misure di riduzione tariffaria[21].
«La legge sull’espansione del commercio fu la più importante questione legislativa del 1962. Venne organizzata una campagna di propaganda in tutto il paese e istituito un potente comitato per la politica commerciale nazionale: vennero interpellati industriali e sindacati, i deputati messi sotto pressione e convinti»[22].
Il dibattito che aveva accompagnato la presentazione del TEA era stato molto intenso e aveva coinvolto e mobilitato tutto il brain trust kennediano. Che le discussioni andassero ben al di là delle questioni economiche, era dimostrato dal fatto che si concentrarono, soprattutto, sugli aspetti e le conseguenze politiche che il rigetto della legge da parte del Congresso avrebbe avuto. A sottolineare l’importanza della strategia che mirava alla realizzazione del Grand Design, Joseph Kraft, che lo aveva formulato sul piano dottrinario in un’opera dal titolo omonimo e ne era stato uno dei più attivi propagandisti, scrisse addirittura che se la legge non fosse stata votata gli Stati Uniti avrebbero dovuto rinunciare al potere e abbandonare il loro posto nella storia[23].
Dopo quasi due anni di duro lavoro preparatorio[24], nel Maggio 1964 a Ginevra veniva dato inizio al Kennedy Round; le trattative, malgrado la partecipazione di più di quaranta paesi, furono dominate, dal confronto fra Stati Uniti e Comunità Economica Europea, «le prime potenze commerciali del mondo; gli USA costituiscono poi il primo partner commerciale della CEE; la CEE costituisce per gli USA il più importante mercato del mondo per la vendita commerciale di prodotti agricoli»[25].
La preminenza del dialogo USA-CEE andava ovviamente ricercata nel rafforzamento della posizione dell’Europa, in seguito al successo ottenuto dal processo di integrazione.
La creazione della Comunità aveva fatto apparire sulla scena mondiale un partnerprezioso ma pericoloso.
Il programma americano di aumentare le esportazioni sui mercati europei, grazie al quale le amministrazioni Kennedy e Johnson intendevano sanare il deficit della bilancia dei pagamenti e risollevare alcuni settori dell’industria nazionale, poteva essere gravemente compromesso dalla formazione in Europa di un grande blocco commerciale omogeneo, caratterizzato dalla abolizione dei dazi interni e dalla messa in vigore di una Politica Agricola Comune (PAC) e di una Tariffa Esterna Comune (TEC) nei confronti dei paesi terzi[26].
Coi negoziati tariffari, perciò, i delegati statunitensi puntavano a ottenere una sostanziale riduzione della TEC – «The primary purpose of the TEA was to enable the U.S. to negotiate a reduction of the EEC Common External Tariff. The trade negotiations will succeed to the extent we are able to do this»[27] – e a indurre la Comunità a dare un carattere più liberale alla propria politica agricola.
Riduzioni doganali lineari sino al 50%, con possibilità di eccezioni per casi particolari, e inclusione dei prodotti agricoli nelle trattative, furono le proposte avanzate sin dall’inizio dalla Federazione nordamericana, proposte a cui la CEE replicò ponendo una serie di condizioni.
Cosciente dei rischi che l’accettazione in blocco delle richieste statunitensi comportava – una forte e indiscriminata riduzione tariffaria lineare e una sostanziale revisione della Politica Agricola Comune, avrebbero potuto minare, fin dalle fondamenta, la costruzione comunitaria, ancora troppo debole e recente (la TEC sarebbe entrata completamente in vigore solo il 1° Luglio 1968 e la PAC non poteva certo dirsi completata) e annullare gli essenziali elementi di coesione dei sei – la delegazione europea, guidata a Ginevra dal presidente della Commissione Walter Hallstein, e dai vicepresidenti Robert Marjolin, Jean Rey e Sicco Mansholt, sollevò perciò da subito una serie di questioni tecniche e di sostanza – il problema delle disparità tariffarie[28], delle eccezioni (i prodotti, cioè, da escludere totalmente o parzialmente dalle trattative), degli ostacoli non tariffari e paratariffari – e sostenne la necessità di dare un’impostazione del tutto nuova ai problemi agricoli.
Abbandonato l’atteggiamento difensivo tenuto nel Dillon Round, il precedente ciclo di negoziati GATT (Ginevra, 1960-1962), la Comunità si dimostrò, insomma, consapevole dei pericoli da affrontare, ma anche pronta a cogliere le opportunità che il Kennedy Round offriva: il rafforzamento delle relazioni commerciali con i paesi industrializzati; la riduzione degli alti dazi di alcuni importanti settori industriali americani; l’affermazione dei principi della sua filosofia sull’organizzazione dei mercati agricoli mondiali; la possibilità di evitare pericoli di trade diverting nei riguardi dell’EFTA, specie dopo la rottura dei negoziati con Londra.
I dirigenti europei videro, inoltre, nelle trattative in corso, un’occasione pressoché unica per attestare l’importanza economica e commerciale recentemente acquisita. Era, infatti, la prima volta, a livello internazionale, che la CEE si presentava e agiva con una personalità collettiva e comunitaria; i sei erano rappresentati a Ginevra dalla Commissione e, in particolare, da Rey che agiva sulla base di un mandato affidatogli, ai sensi del Trattato di Roma, dal Consiglio dei ministri e che, malgrado le contrapposizioni interne, specie quelle tra Repubblica Federale Tedesca e Francia, riuscì a dare l’impressione di una Comunità salda e compatta.
Le difficoltà tecniche, i diversi obiettivi, e i conseguenti contrasti fra i due grandi protagonisti impedirono di chiudere, in tempi brevi, il negoziato, minacciandone, tra l’altro, più volte la riuscita.
«La struttura dei dazi americani prevedeva per un certo numero di prodotti − pochi ma di grande importanza, come i tessili, i prodotti chimici, la plastica, ecc. − dazi assai elevati nei confronti della Comunità. Una decurtazione pura e semplice del 50% avrebbe perciò lasciato il mercato americano ancora largamente inaccessibile e la Comunità, in pratica priva di ogni protezione»[29]. La CEE affermava, quindi, che in caso di disparità, il paese con un dazio doganale più basso avrebbe dovuto effettuare una riduzione inferiore a quella del paese con un alto dazio; e, dal momento che il TEA autorizzava gli Stati Uniti a negoziare un taglio massimo del 50%, ne conseguiva che la Comunità avrebbe applicato, nei casi di disparità, riduzioni tariffarie inferiori[30].
Quanto alle eccezioni, i sei sottolineavano la grande importanza di cercare una soluzione prioritaria per le disparità; se, infatti, fosse stata accettata una riduzione tariffaria generale tenendo conto di queste ultime, la lista comunitaria delle eccezioni sarebbe stata ridotta al minimo.
La data della presentazione al GATT degli elenchi delle eccezioni fissata al 16 Novembre (la data iniziale del 10 Settembre, indicata nella sessione del 4-6 Maggio 1964[31], era stata spostata per l'enorme mole di lavoro che la loro compilazione comportava, e per venire incontro al desiderio delle delegazioni statunitense[32] e britannica di presentarli dopo le elezioni in corso nei loro paesi, rispettivamente in Novembre e in Dicembre) rischiò di non essere rispettata; qualche settimana prima della scadenza del termine, il confronto tra Stati Uniti − la Federazione nordamericana subordinava la presentazione delle liste all'inizio fattivo di negoziati sui prodotti dell'agricoltura − e CEE − la Comunità dichiarava, invece, sotto pressione francese, che ogni progresso del settore agricolo del Kennedy Round potesse essere effettuato solo dopo la fissazione dei prezzi comuni per i cereali, prevista per il 15 Dicembre − si inasprì a tal punto da bloccare il negoziato. Il 10 Ottobre il rappresentante speciale americano a Ginevra, Christian A. Herter, comunicò che il suo paese, in mancanza di adeguati progressi sulle questioni agricole, non avrebbe depositato l’elenco delle eccezioni entro il termine stabilito[33]. Era stato il dipartimento dell’Agricoltura a chiedere la sospensione; preoccupati delle tendenze autarchiche della PAC, irritati dalla ostinata fermezza della posizione comunitaria, sempre meno convinti della strategia adottata a Ginevra dai delegati nordamericani − soddisfare le richieste comunitarie sui prodotti industriali in cambio di significative offerte da parte dei sei nella sfera agricola −, e sempre più scettici sulla possibilità di raggiungere quei risultati − accordi mondiali a lungo termine per i principali prodotti, aumentare o almeno garantire lo stesso volume di esportazioni verso l’Europa − per i quali avevano accettato di rivedere alcune misure precedentemente prese a sostegno e a protezione dei propri prodotti, i responsabili dell’Agricoltura più volte, nel corso del Kennedy Round, si sarebbero attestati su posizioni di assoluta intransigenza.
Agli inizi del mese successivo, il governo di Washington informava, invece, che si sarebbe attenuto alla data del 16 Novembre, indipendentemente dai risultati del Kennedy Round agricolo, dimostrando, così, la sua volontà di condurre avanti i negoziati e il motivo pre-elettorale del rigido collegamento tra problemi agricoli e industriali; l’annuncio era stato dato nel giorno delle elezioni, il 3 Novembre, quando ormai non poteva più influenzare quelli, tra i votanti, che attribuivano una particolare importanza alla politica commerciale e alle sue ripercussioni; il comunicato stampa faceva, comunque, esplicito riferimento anche alle trattative sui prodotti agricoli, auspicando che potessero effettivamente cominciare all'inizio del nuovo anno[34].
Nella riunione del 28 Ottobre, al termine della quale si decideva di proseguire con il negoziato, Herter e il consigliere presidenziale McGeorge Bundy misero in evidenza, confrontandosi con il sottosegretario all’Agricoltura Charles Murphy, l’importanza di evitare che la mancata ripresa del Kennedy Round fosse imputabile agli Stati Uniti e ribadirono la validità della linea fino ad allora seguita.
«Mr Bundy stressed the overriding importance of not having the KR appear to be delayed by U.S. stubbornness, which could have serious effects on our overall Atlantic policy. The French clearly want to block the Kennedy Round and will pin the blame on us if they can. Mr Bundy added that he could not see that this choice was not contrary to our agricultural interests since the alternative was a strong risk of killing the Kennedy Round. If that happened, it would create the most favourable situation for the EEC to take unilateral action to cut back imports of U.S. farm products. The only thing we have going for us in getting agricultural concessions, he contended, is our industrial offers»[35].
Per i paesi della CEE formulare una lista delle eccezioni era, peraltro, particolarmente complesso; si trattava di presentare una sola lista valida per tutti e di contemperare i diversi e spesso contrastanti interessi nazionali evitando, ovviamente, di pregiudicare l'intero negoziato.
Dopo diversi mesi di trattative e una estenuante maratona ministeriale durata quattro giorni e una notte (dal 12 al 15 Novembre 1964), una soluzione di compromesso venne, infine, adottata: tra la lunga lista, proposta da Francia, Italia e Belgio, e quella più ridotta, presentata da Olanda e Repubblica Federale Tedesca, si scelse una via di mezzo[36].
Oltre alla CEE, anche Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Finlandia, depositarono al segretariato del GATT,il 16 Novembre, i loro elenchi delle eccezioni; i paesi scandinavi, l'Austria e la Svizzera non invocarono nessuna eccezione, subordinando però tale atteggiamento alla concessione nel corso del negoziato di una reciprocità soddisfacente; il Canada e la Cecoslovacchia presentarono, infine, le liste di prodotti per i quali accettavano la riduzione del 50%.
La Comunità era poi decisa ad affrontare il problema degli ostacoli paratariffari e non tariffari in grado di provocare un aumento notevole della effettiva incidenza dei dazi doganali; in particolare, domandava agli USA l’abolizione dell’American Selling Price (ASP), una riforma della legislazione antidumping, il rinnovo delle modalità di valutazione in dogana, la modifica dell'American Buy Act (che impediva l'importazione nella Federazione nordamericana di una vasta gamma di prodotti europei) e la soppressione della escape clause.
Finché le tariffe doganali rimanevano elevate ci si poteva non preoccupare delle varie disposizioni, legislative e amministrative e della loro influenza limitativa sugli scambi commerciali; ma, nel momento in cui tendevano a ridursi e, in qualche caso, a trasformarsi in una barriera minima di scarsa o nulla efficacia protezionistica, gli altri ostacoli alle importazioni diventavano strumento di grande importanza. Indispensabile era, pertanto, che le parti interessate provvedessero a una armonizzazione delle rispettive legislazioni o misure amministrative in tema di disciplina non tariffaria degli scambi con l'estero.
«In caso diverso, la liberalizzazione concessa con la “mano tariffaria” potrebbe essere strozzata con la “mano amministrativa”»[37]; da qui l’insistenza della CEE perché il Kennedy Round si estendesse, anche alle misure non tariffarie e paratariffarie.
La delegazione statunitense aveva, invece, in questo settore molte meno richieste da rivolgere alla controparte comunitaria; consapevole delle resistenze dei gruppi industriali nazionali e, in parte priva dei poteri necessari per impegnare il proprio governo, si riprometteva di compiere solo qualche progresso a Ginevra, rinviando a ulteriori negoziati un esame più comprensivo dell'intero problema.
I rappresentanti nordamericani temevano, inoltre, che le difficoltà tecniche, che sarebbero necessariamente emerse dall’apertura del confronto sugli ostacoli paratariffari e non tariffari, avrebbero potuto rallentare e complicare ulteriormente le trattative; si aspettavano, in particolare, che la Francia le utilizzasse per mettere in pratica, ancora una volta, la sua tattica dilatoria il cui fine, oltre al raggiungimento di concessioni specifiche, era quello di ridimensionare i risultati, la portata e la credibilità dell’intero negoziato[38].
Furono, però, costretti dai sei a trattare almeno tre ostacoli particolari, e fu soprattutto sull’ASPche le discussioni assunsero toni particolarmente duri.
Istituito nel 1922 per proteggere l’industria americana dei prodotti organici derivati dal benzene, all’epoca molto vulnerabile, applicato poi esclusivamente a quattro gruppi di prodotti − benzenoidi, calzature di gomma, guanti e molluschi in scatola − l'ASP stabiliva che le dogane USA dovessero applicare le aliquote tariffarie all’importazione non sul prezzo di vendita effettivo, fatturato, della merce importata, ma su quello della stessa, o di una merce similare, fabbricata negli Stati Uniti; il che in pratica, voleva dire che alcuni prodotti chimici provenienti dall’Europa ricevevano un sovraccarico tariffario dell’ordine del 50%-100%; tale anomalia, sempre difesa dalla Federazione nei precedenti negoziati internazionali, non poteva non essere fatta rilevare dagli altri partnersnel corso del Kennedy Round e, in particolare, dalla CEE che, intendendo aumentare le vendite dei propri prodotti chimici nel mercato nordamericano, ne chiedeva la sua abolizione preventiva.
Al momento del deposito del suo elenco di eccezioni nel Novembre 1964, la Comunità dichiarò quindi, specie sotto la pressione dell'industria chimica francese, che avrebbe rifiutato qualsiasi riduzione per i prodotti chimici organici di base, per i coloranti e per le materie plastiche se non fossero stati eliminati gli inconvenienti del sistema dell’American Selling Price, richiesta a cui gli Stati Uniti, a pochi giorni dalla chiusura delle trattative, dovettero infine cedere, pena il fallimento del Kennedy Round[39].
Ma il contrasto più acuto doveva verificarsi sulla questione dell’inclusione o meno dei prodotti agricoli nel negoziato.
Washington aveva proposto, fin dall'inizio, che la regola della riduzione equilineare fosse applicata anche ai prodotti dell'agricoltura; la Comunità aveva sottolineato che la delicata struttura della produzione e del commercio agricolo rendeva necessario un regime di protezione dell'agricoltura che, una liberalizzazione del commercio internazionale, sul tipo di quella indicata dal governo nordamericano, avrebbe completamente sovvertito[40].
Pur riconoscendo l'interesse degli Stati Uniti a garantire un adeguato sbocco ai propri prodotti agricoli, i paesi europei fecero notare che l’apertura dei mercati chiesta dalla Federazione avrebbe determinato la distruzione del complesso meccanismo d'intervento e di difesa della produzione nazionale, essenziale per la sopravvivenza dell'agricoltura europea.
Le controproposte della CEE prevedevano perciò per i prodotti agricoli una procedura completamente diversa da quella applicata per i prodotti industriali: scartata l'ipotesi di una riduzione equilineare del 50%, bisognava invece studiare e armonizzare le singole misure di intervento applicate dai vari stati nel settore agricolo, e negoziare, precisamente, il consolidamento del montante di sostegno, l'insieme cioè dei sussidi e aiuti accordati da ciascuna nazione alla propria agricoltura[41].
Il sistema indicato dai sei presupponeva la definizione dei problemi interni e il completamento della PAC, senza i quali non ci sarebbe stata una Politica Agricola della CEE da poter confrontare con quella americana. Per tutto il 1964 un'esigenza tattica spingeva, quindi, la Comunità a non iniziare trattative di alcun genere in merito al Kennedy Round agricolo, «i sei non hanno ancora concordato effettivamente la Politica Agricola Comune e si teme che i negoziati in seno al GATT possano compromettere il delicato equilibrio degli interessi comunitari prima ancora che esso sia definitivamente raggiunto» [42].
A dieci mesi dall'apertura ufficiale, non solo le trattative sui prodotti agricoli non potevano considerarsi neppure cominciate, ma lo stesso negoziato generale venne sospeso, il 3 Febbraio 1965, per la seconda volta, in mancanza di un accordo, tra i due principali protagonisti, sulle regole e le procedure da seguire nel settore agricolo[43].
L’accordo del 15 Dicembre 1964 sul prezzo comune dei cereali[44] non era riuscito, in effetti, a dare, come sperato, nuovo impulso alle trattative.
I negoziati si sbloccavano, comunque, nei primi giorni del mese successivo e il 18 Marzo le parti riuscirono a fissare un preciso calendario per il Kennedy Round agricolo; entro il 26 Aprile si sarebbero dovute presentare le proposte in vista di un accordo per i cereali (i relativi negoziati sarebbero iniziati il 17 Maggio), entro il 16 Settembre quelle per la liberalizzazione del commercio di tutti gli altri prodotti agricoli.
Se per i cereali la CEE depositava regolarmente le sue offerte, i sei non riuscivano, invece, diversamente dagli altri maggiori partecipanti, a rispettare la data del 16 Settembre, «e ciò per due motivi principali, in gran parte collegati tra di loro. Il primo è rappresentato dal mancato accordo in tutti questi mesi su una posizione comune per l'insieme dei prodotti oggetto delle trattative tariffarie; il secondo dall'assenza della Francia da ogni discussione in seno agli organi comunitari, su questo e altri problemi»[45].
La crisi della CEE − a partire dal 30 Giugno 1965 e fino al 30 Gennaio 1966, il governo francese mise in atto la politica della “sedia vuota”, ritirando i propri esperti da Bruxelles e non partecipando alle sedute del Consiglio, come conseguenza, almeno apparentemente, del mancato accordo, sul rinnovo del regolamento finanziario − determinava quella dei negoziati ginevrini, e non solo in campo agricolo; gli undici paesi che si erano attenuti alla scadenza di metà Settembre, minacciavano di ritirarsi dal Kennedy Round se la Comunità non avesse partecipato alle trattative sui prodotti agricoli.
La delegazione statunitense aveva, peraltro, dovuto superare non poche difficoltà - e soprattutto vincere la dura opposizione del dipartimento dell’Agricoltura - prima di riuscire a presentare le sue proposte.
«We think the reasons why we should go ahead are essentially threefold. First, to minimize French leverage derived from the Kennedy Round in the current EEC crisis while at the same time setting the stage for EEC non-grain agriculture offers to be included in the eventual package of measures settling the Common Market crisis. […] because the Kennedy Round is an important area where the Commission is negotiating on behalf of the Community, continuation of the negotiations may play a significant role in the Commission's survival as a political force. […] Secondly time is running out for the Kennedy Round. It is important to maintain what momentum we can. […] It is essential to move as quickly as possible toward the best attainable settlement that is also defensible in terms of over-all U.S. interests. […] Third, it would be wrong to take the easy route of leaving agriculture out of the negotiations. […] the Kennedy Round should be useful in establishing a framework for further negotiation of agricultural problems […] and we need something on agriculture if we are to have any chance of retaining support of the U.S. farm organizations for the trade agreements program»[46].
I rappresentanti europei avrebbero avanzato le loro offerte solo nell’estate del 1966, in seguito alle decisioni del Consiglio dei ministri del 27 Luglio[47]; il confronto con gli altri paesi partecipanti non doveva, comunque, condurre a risultati di grande portata, a parte la conclusione dell’accordo sui cereali, nettamente favorevole agli Stati Uniti[48].
La CEE era, in effetti, riuscita a difendere meglio il settore industriale che quello agricolo; la tattica statunitense di accordare priorità alle concessioni tariffarie aveva avuto la meglio, e la delegazione comunitaria aveva praticamente rinunciato a sostenere il metodo del consolidamento dei montanti di sostegno. Tuttavia i pericoli maggiori che i negoziati avrebbero potuto comportare per i produttori europei (congelamenti dei prezzi, concessioni di garanzie di accesso, ecc.) erano stati totalmente scongiurati; la Politica Agricola Comune usciva rafforzata dal Kennedy Round; i sei, in seguito alle pressioni della Francia per completare la PAC e al desiderio dei tedeschi di concludere favorevolmente il negoziato, avevano, infatti, adottato il regolamento finanziario e definito le principali organizzazioni di mercato[49].
Il Kennedy Round si concluse ufficialmente a Ginevra il 30 Giugno 1967 con la firma del cosiddetto atto finale da parte di più di quaranta paesi. I firmatari rappresentavano circa il 75% del commercio mondiale e anche se l’obiettivo iniziale - una riduzione tariffaria lineare del 50% per tutti i prodotti - non era stato raggiunto, i risultati apparivano nettamente positivi.
Le tariffe doganali dei principali paesi industrializzati (interessanti scambi mondiali dell’ordine di 40 miliardi di dollari) dovevano essere infatti ridotte, nel periodo 1968-1972, del 35% in media, cioè sei volte di più di quanto era stato ottenuto nel Dillon Round.
Senza precedenti, in particolare, quanto conseguito nel settore industriale; l’ipotesi originaria di abbassamenti dell’ordine del 50% era stata confermata in un numero notevole di posizioni; secondo le valutazioni del segretariato del GATT, 2/3 delle riduzioni risultavano dell’ordine del 50%, 1/5 era incluso in una fascia dal 25 al 50%, e il resto al di sotto del 25%.
Si inquadravano, ancora, nei suoi risultati, l’accordo sui cereali, quello sui prodotti chimici, l’accordo antidumping e quelli di adesione al GATTdi Argentina, Irlanda, Islanda e Polonia.
«Non è facile tracciare un bilancio dei vantaggi ottenuti dai vari paesi nei lunghi negoziati anche se in taluni ambienti si ritiene che gli Stati Uniti siano stati più favoriti degli europei. Da parte della CEE, invece, […] si insiste sulla posizione di rilievo assunta nelle trattative dalla delegazione comunitaria e sulla manifestazione di solidarietà e di unità data dai sei paesi. Pur senza giungere all’estrema conclusione tratta dal generale de Gaulle - il quale nella conferenza stampa del 16 Maggio ha sottolineato la contrapposizione tra gli interessi dei sei e quelli degli altri paesi occidentali più atlantici nelle trattative di Ginevra - si può affermare che il Kennedy Round ha dato alla Comunità un’importante occasione per dimostrare le affinità di vedute dei paesi aderenti sui principali problemi commerciali e per imporsi come uno dei protagonisti dei negoziati»[50].
La CEE, infatti, trattando per la prima volta da pari a pari con la Federazione nordamericana, poté presentarsi come un partner d’importanza decisiva per il commercio mondiale; gli Stati Uniti si trovarono così di fronte a un interlocutore forte, a un’Europa che, sebbene solo parzialmente integrata, appariva sempre meno disponibile ad accettare la loro leadership; al disegno kennediano di interdipendenza economica si sostituiva l’idea di un’Europa economicamente solida avente obiettivi considerevolmente diversi da quelli americani. Il principale incentivo politico del Kennedy Round divenne, quindi, quello di trovare delle soluzioni per evitare conflitti commerciali fra i principali protagonisti del commercio internazionale.
«The participating forces and the aim of the negotiations were such that, for the first time, a kind of equilibrium between Europeans and Americans was attained, for every agreement constituted a compromise which had been reached without one party's prevailing over the rest.
It wasn't that the two delegations had much freedom to maneuver. The Americans were constantly being watched by Congress, which was anxious to protect the U.S. market. And the European delegation had to keep negotiating with the six member countries»[51].
La definizione di una posizione comune espressa a Ginevra dalla Commissione di Bruxelles risultò, in effetti, assai difficile; c’era soprattutto contrapposizione di interessi tra Francia e Italia, da una parte, e Repubblica Federale Tedesca e paesi del Benelux dall’altra.
Per lungo tempo si ebbe, peraltro, il timore che, prima o poi, Parigi avrebbe sabotato il negoziato; i gruppi protezionistici francesi si erano, infatti, mostrati riluttanti a partecipare al Kennedy Round; il Patronat, e il ministro dell’industria dichiararono, più volte, di opporsi a ogni riduzione tariffaria notevole, sostenendo che le imprese europee non potevano fronteggiare la concorrenza delle compagnie americane. In materia agricola, poi, l’obiettivo statunitense di aumentare le proprie esportazioni rischiava di rovinare le speranze della Francia di diventare il principale fornitore dei paesi partners, e in particolare della Germania occidentale, il più grande importatore di derrate agricole della Comunità. Nella fase iniziale del negoziato fu, quindi, la delegazione francese a insistere sulla necessità di armonizzare i dazi doganali dei paesi partecipanti, per evitare che solo quelli più forti ne traessero dei vantaggi, e sull’impossibilità di iniziare alcun negoziato serio nel settore agricolo, finché la PAC non fosse stata completata, specie per quanto riguardava la fissazione dei prezzi comuni e la definizione del meccanismo di finanziamento.
Iniziava così un lungo duello, a livello comunitario, che opponeva Parigi a Bonn; nel Maggio 1963, la Repubblica Federale Tedesca riuscì a fare accogliere il principio dell’inclusione nelle trattative dei prodotti agricoli e quello della sincronizzazione fra sviluppo intracomunitario e disarmo doganale verso i paesi terzi; nel Dicembre dello stesso anno, nelle direttive emanate dal Consiglio per partecipare al Kennedy Round, la Francia ottenne che la riduzione lineare del 50% venisse considerata solo un’ipotesi di lavoro, che nel settore agricolo fosse adottato un nuovo metodo di negoziazione e che fosse proposta una formula particolare per risolvere il problema delle disparità. Con gli accordi di Bruxelles del 15 Dicembre 1964, Parigi riuscì finalmente a concordare prezzi comuni per i cereali e, di fronte alle esitazioni tedesche e alle tentazioni federaliste degli eurocrati di Bruxelles, praticando la politica della “sedia vuota” per circa sette mesi, bloccò l’attività della Comunità, paralizzando i negoziati ginevrini. Solo con le decisioni del Maggio 1966, quando la Germania occidentale diede la sua piena adesione al regolamento finanziario della Politica Agricola, il governo gollista accoglieva la richiesta tedesca di riprendere e portare a termine il Kennedy Round, dimostrando così, in modo clamoroso, che, non solo la costruzione dell’Europa, ma l’esito stesso delle trattative tariffarie, erano condizionati dalla Francia. Si rivelarono, dunque, infondate le preoccupazioni di chi riteneva che de Gaulle avrebbe posto il veto al nuovo ciclo di negoziati GATT; sebbene contrario al Kennedy Round, come parte del Grande Disegno di una partnershipatlantica, il generale utilizzò quell’occasione per ottenere da Bonn il completamento della PAC e per strappare agli Stati Uniti alcune importanti concessioni.
Il duro confronto di Ginevra fra Stati Uniti e CEE suscitò piuttosto il risentimento degli operatori economici americani, convinti che l’iniziativa liberale voluta da Kennedy, e portata a termine da Johnson, avesse favorito gli interessi commerciali europei. A soli pochi mesi dalla conclusione, in netto contrasto con gli indirizzi dell’amministrazione democratica, i risultati delle trattative tariffarie erano, così, messi in pericolo da una vivace offensiva protezionistica che trovava le sue ragioni nel progressivo peggioramento della situazione economica interna e dei conti con l’estero. Al Senato venivano presentate numerose proposte di legge per l’introduzione di contingenti di importazione nei confronti di un’ampia serie di prodotti industriali e per l’inasprimento di quelli già esistenti; inoltre, veniva anche messa in forse l’abolizione dell’ASP[52].
«Gli stati europei, compresa la Francia, non si erano affatto dimostrati contrari a un più libero scambio. Perciò i negoziati ginevrini per ridurre le tariffe industriali ebbero un grande successo, ma a prezzo di conseguenze piuttosto diverse da quelle che la politica americana si aspettava. Quando, alla fine degli anni sessanta le tariffe industriali ridotte cominciarono a entrare in vigore, l’inflazione aveva diminuito di molto la posizione concorrenziale americana. Il deterioramento risultò più pronunciato dopo il 1964. La pressione protezionistica crebbe drasticamente, finché non venne infine placata dalla New Economy Policy di Nixon» [53].
[1] Cf. Messaggio del presidente Kennedy sullo stato dell’Unione dell’11 Gennaio 1962, in “Relazioni Internazionali”, 20 Gennaio 1962, n. 3, p. 75; Discorso di presentazione al Congresso del TEA tenuto dallo stesso Kennedy il 25 Gennaio 1962, in “Relazioni Internazionali”, 3 Febbraio 1962, n. 5, p. 125; F. Garino, Cauto inizio del Kennedy Round, in “Relazioni Internazionali”, 16 Maggio 1964, n. 20, p. 736; A. Grosser, The Western Alliance. European-American Relations since 1945, Papermac, London, 1980, p. 228.
[2] «Le spese militari all’estero, destinate ad aumentare negli anni successivi, il programma di aiuti, la crescita, soprattutto in Europa degli investimenti americani e, più in generale, l’aumento delle importazioni e dei consumi di prodotti esteri, erano le cause principali di un deficit che la bilancia dei pagamenti dimostrava sempre maggiore difficoltà ad assorbire. Poiché molte delle spese erano difficilmente riducibili senza incidere sulla politica estera o intervenire sulle scelte dei consumatori e negli investimenti, non rimaneva che puntare sull’aumento delle esportazioni», A. Molinari, La politica estera americana dalla fine degli anni '50 al Watergate, in R. H. Rainero (a cura di), Nuove questioni di storia contemporanea, vol. III, Marzorati, Milano, 1986, p. 291.
[3] F. Romero, G. Valdevit, E. Vezzosi, Gli Stati Uniti dal 1945 a oggi, Laterza, Bari, 1996, p. 139.
[4] Dalla Dichiarazione di Interdipendenza del 4 Luglio 1962 in “Relazioni Internazionali”, 14 Luglio 1962, n. 28, p. 812.
[5] A. Molinari, La politica estera americana dalla fine degli anni '50 al Watergate cit., p. 290.
[6] «Tutto ciò proponevano gli americani, senza riguardo alcuno alla situazione delicata e in movimento dei rapporti franco-inglesi, nettamente sottovalutando la forza politica della Francia in seno alla Comunità […] e quindi, senza preventivamente tentare un approccio nei confronti di de Gaulle, al quale rifiutavano di riconoscere la peculiare presenza in Europa», B. Olivi, l’Europa difficile. Storia politica dell’integrazione europea 1948-1998, il Mulino, Bologna, 1998, p. 81.
[7] Cf. Conferenza stampa del 14 Gennaio 1963 in “Relazioni Internazionali”, 19 Gennaio 1963, n. 3, p. 61.
[8] Cf. M. Dell'Omodarme, Europa. Mito e realtà del processo di integrazione, Marzorati, Milano, 1981, pp. 146-147.
[9] Nel 1965 i colloqui con il ministro degli Esteri sovietico Andrei A. Gromiko, in visita a Parigi dal 25 al 30 Aprile, rivelarono una completa identità di opinioni tra i due paesi sulla sicurezza europea, il disarmo nucleare, l'estensione dei rapporti bilaterali e sul Vietnam (i bombardamenti americani, era scritto nel comunicato congiunto franco-sovietico, rappresentavano un grave pericolo per la pace). Cf. “Relazioni Internazionali”, 8 Maggio 1965, n. 19, p. 449.
[10] «La Francia deve costruirsi la propria forza nazionale, non perché sospetti lontanamente che gli Stati Uniti vogliano abbandonare l’Europa, ma perché non si sa mai di quale avviso sarà il popolo americano tra dieci o quindici anni; se i sovietici dovessero sospettare un mutamento della politica americana, sia pure a lunga scadenza, ciò giustificherebbe sin d’ora l’approntamento nucleare autonomo da parte dell’Europa. Questa insormontabile diffidenza francese trova appiglio nell’altrettanto ostinata insistenza americana a conservare un diritto di veto sulla politica nucleare alleata, veto che non sarebbe rimosso neppure nell’eventualità della costituzione della Forza Multinazionale o Multilaterale, restando sempre le testate atomiche sotto esclusivo controllo americano. In questo senso si è espresso ultimamente, in maniera esplicita, il segretario di Stato Rusk […]. Così la partecipazione francese alla Forza Multilaterale diviene più che mai impossibile», dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro delle Informazioni francese, Peyrefitte, il 28 Maggio 1963, in “Relazioni Internazionali”, 8 Giugno 1963, n. 23, p. 713.
[11] Cf. M. Dell'Omodarme, Europa. Mito e realtà del processo di integrazione cit., p. 111.
[12] Nel Giugno 1963 de Gaulle ritirò dai comandi integrati della NATOle forze navali della Manica e dell'Atlantico e non ratificò il trattato sull'interdizione degli esperimenti nucleari nell'atmosfera firmato il 5 Agosto a Mosca da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica, perché sanzionava l'equilibrio del terrore e il monopolio americano in Occidente.
Quindi, nella conferenza stampa del 21 Febbraio 1966, annunciò il ritiro del suo paese dalla NATO; il Comando Supremo e il Comando Centro-Europa dovevano lasciare il territorio francese (il primo sarebbe stato trasferito in Belgio, il secondo in Germania); le forze terrestri e aeree francesi di stanza in Germania vennero ritirate dal Comando NATO e furono denunciati gli accordi con gli Stati Uniti sui depositi, gli aerodromi, le linee di comunicazione in territorio francese. Venne poi precisato, in un memorandum, che le truppe della NATO avrebbero dovuto lasciare il territorio francese entro il 1° Aprile 1967 e che quelle francesi in Germania si sarebbero sganciate dal comando integrato il 1° Luglio 1966. Cf. “Relazioni Internazionali”, 26 Febbraio 1966, n. 9, pp. 219-223; G. Lovisetti, L’offensiva di de Gaulle, in “Relazioni Internazionali”, 19 Marzo 1966, n. 12, p. 284.
[13] «Il Grand Design assumeva così una caratterizzazione quasi esclusivamente economica nel quadro di una politica liberoscambista diretta a evitare i pericoli di un neo-protezionismo europeo e ad allargare il raggio delle attività commerciali americane», G. Mammarella, Europa-Stati Uniti. Un’alleanza difficile 1945-1985, Laterza, Bari, 1996, p. 265.
[14] J. Harper, La politica estera americana: tendenze e prospettive, in R. Tiersky (a cura di), Gli Stati Uniti fra primato e incertezza, il Mulino, Bologna, 1983, pp. 131-132.
[15] «Il generale de Gaulle lo chiamò “privilegio esorbitante”, volendo dire che gli americani potevano pagare i propri conti con l’estero con dichiarazioni di debito invece che con le esportazioni di beni e servizi, dal momento che gli altri paesi detenevano la loro valuta tra le riserve», S. Strange, Capitalismo d’azzardo, Laterza, Bari, 1988, p. 9.
De Gaulle - riprendendo le tesi dell’economista Jacques Rueff - era favorevole a un ritorno al gold standardGold Pool, il gruppo di paesi costituitosi nel 1960 per difendere il prezzo del dollaro in termini di oro sui mercati internazionali. Il rifiuto del gold-dollar standard puro; nel 1965 e ’66 convertì le riserve francesi di dollari in oro mettendo ovviamente in grande difficoltà il Tesoro americano, e, nel Giugno 1967, uscì dal rappresentava, ovviamente, un nuovo momento della lotta contro l’egemonia americana e per l’indipendenza dell’Europa.
[16] G. Mammarella, Europa-Stati Uniti. Un’alleanza difficile 1945-1985 cit., p. 234.
[17] B. Olivi, Il Kennedy Round, in “Relazioni Internazionali”, 29 Febbraio 1964, n. 9, p. 288.
[18] «In the past, we and other GATT members have negotiated trade liberalizations on a narrow product-by-product basis designed to remove only those tariffs of no great protective significance for domestic industry», Declassified Documents Reference System (d’ora in poi: DDRS), 2001/0503, Report of the President’s Task Force on Foreign Economic Policy, Carl Kaysen, President’s Deputy Special Assistant for National Security Affairs, to the President, November 25, 1964, Primary Source Microfilm (d’ora in poi: PSM), Gale Group, Farmington Hills, MI, p. T-5.
«Sul piano tecnico il metodo tradizionale di trattativa utilizzato consisteva, per ogni parte contraente, nel negoziare ogni concessione con il paese che costituiva il suo principale fornitore per il prodotto in causa. La concessione accordata da una parte contraente si estendeva ipso facto a tutte le altre parti in applicazione della clausola della nazione più favorita. Era comunque dimostrato che il metodo della trattativa prodotto per prodotto sulla base della regola del principale fornitore, aveva esaurito la propria funzione. Tale metodo rallentava infatti, sino a paralizzarlo, lo sviluppo del negoziato; d’altra parte, urtandosi con il problema delle disparità − cioè con il problema dello squilibrio delle strutture tariffarie delle parti contraenti −, finiva fatalmente per accantonarlo, con il risultato finale che le concessioni si concentravano sulle posizioni tariffarie di minore resistenza e quindi di minore interesse», G.P. Casadio, Commercio attraverso l'Atlantico: dal Kennedy Round al neoprotezionismo, il Mulino, Bologna, 1972, pp. 13-14.
Cf. J. Foreman-Peck, Storia dell'economia internazionale dal 1850 a oggi, Bologna, il Mulino, 1999, p. 446.
[19] Cf. “Relazioni Internazionali”, 11 Novembre 1961, n. 45, pp. 1556-1557.
[20] «Nelle sue decisioni il Congresso fu influenzato non solo dalla vera e propria crociata bandita da uomini come George W. Ball, Douglas Dillon, Luther Lodges − i grandi patrocinatori del Trade Expansion Act − ma altresì dalle prese di posizione di vasti e potenti settori dell'opinione», B. Olivi, Il Kennedy Round cit., p. 288.
Così George Meany, presidente del grande sindacato AFL-CIO, si era dichiarato a favore del progetto di legge. Analogamente, la Farm Bureau Federation aveva ricordato, a sostegno del TEA, che nel 1960 gli Stati Uniti avevano esportato, nei paesi CEE, per 1,1 miliardi di dollari di prodotti agricoli, cifra pari al 32% delle loro esportazioni totali in quella zona.
[21] «Tali aiuti, suscettibili di essere applicati caso per caso, sono intesi a relegare al rango di misure eccezionali il mantenimento di misure protettive daziarie, che in genere stimolano un impiego non economico delle risorse e consentono una rendita non giustificata alle imprese concorrenziali», B. Olivi, Il Kennedy Round cit., p. 288.
Cf. W. Diebold Jr., A watershed with some dry sides: the Trade Expansion Act of 1962, in D. Brinkley, R. T. Griffiths (a cura di), John F. Kennedy and Europe, Louisiana State University Press, Baton Rouge, 1999, pp. 240-249; H. Van der Wee, L’economia mondiale tra crisi e benessere (1945-1980), Hoepli, Milano, 1993, p. 319.
[22] A. M. Schlesinger Jr, I mille giorni di John F. Kennedy, Rizzoli, Milano, 1968, p. 837.
[23] Cf. J. Kraft, Il Grande Disegno. Dal Mercato Comune all’Associazione Atlantica, Opere nuove, Roma, 1963.
[24] Cf. “Relazioni Internazionali”, 1° Dicembre 1962, n. 48, p. 1416; F. Garino, Dure trattative commerciali a Ginevra, in “Relazioni Internazionali”, 1° Giugno 1963, n. 22, pp. 679-680.
[25] G.P. Casadio, Commercio attraverso l'Atlantico: dal Kennedy Round al neoprotezionismo cit., pp. 26-27.
[26] Cf. Y. Alkema, European-American trade policies, 1961-1963, in D. Brinkley, R. T. Griffiths (a cura di), John F. Kennedy and Europe cit., pp. 226-228.
[27] DDRS, 2001/0096, Trade Negotiations. Strategy for Industrial Non-Tariff Barriers, October 25, 1963, PSM, Gale Group, p. 1.
[28] Oltre a ottenere l’ampia inclusione del concetto di disparità tariffaria nel documento conclusivo della conferenza preparatoria, tenutasi a Ginevra dal 16 al 21 Maggio 1963, la CEE riuscì anche a imporre, nella riunione del 4-6 Maggio 1964, la sua interpretazione di equilinearità, definita ipotesi di lavoro anziché base di negoziato, come richiesto dai delegati statunitensi. Cf. F. Garino, Dure trattative commerciali a Ginevra cit., pp. 679-680; id., Cauto inizio del Kennedy Round cit., pp. 736-737.
[29] G.P. Casadio, Commercio attraverso l'Atlantico: dal Kennedy Round al neoprotezionismo cit., pp. 19-20; Y. Alkema, European-American trade policies, 1961-1963 cit., pp. 230-231.
[30] Il criterio da adottare per individuare le disparità e la formula a cui ricorrere per risolverle sarebbero stati entrambi indicati dai delegati comunitari. Cf. B. Pagani, Il Kennedy Round, in “Relazioni Internazionali”, 29 Febbraio 1964, n. 9, pp. 288-289.
[31] Furono i sei, nel corso di quelle riunioni, a sostenere, contro Stati Uniti e Gran Bretagna, la necessità di indicare un termine a breve scadenza per la presentazione delle liste, sia per evitare la possibilità di successive aggiunte, legate all’andamento delle trattative, sia per mantenere distinto il problema delle disparità, di carattere generale, da quello delle eccezioni, di carattere particolare, da limitare a un numero non molto elevato di casi. Cf. F. Cocco (a cura di), Il difficile momento delle Comunità Europee. Il Kennedy Round, in “Relazioni Internazionali”, 14-21 Agosto 1965, n. 33-34, p. 785.
[32] Il 15 Maggio 1964, nel corso di una riunione tra i membri della delegazione statunitense ed europea, Christian A. Herter, a capo della prima, informò che gli Stati Uniti, non avrebbero potuto rispettare la data del 10 Settembre; «[…] he said that U.S. would not be ready on September 10 to table its exceptions […] and suggested that ways and means be sought postpone September 10 deadline to middle November».
I rappresentanti europei accettarono la richiesta americana ma pretesero che la notizia dello spostamento non venisse immediatamente resa nota; «Rey hoped no imminent action would be taken because (A) Commission expect meeting next week in effort make progress on Community exceptions. He felt it would not be helpful for momentum this work to slow down and (B) because links of September 10 date to progress in agriculture represents, for time being, some additional leverage on Germany re grain price unification», DDRS, 2001/0097, Telegram, John W. Tuthill, Representative to the European Communities, May 15, 1964, PSM, Gale Group, p. 3.
[33] La questione venne affrontata dal Consiglio dei ministri della CEE nella seduta del 12-13 Ottobre ma, dopo lunghe discussioni, si confermarono le posizioni già assunte sui prodotti agricoli – la loro inclusione nel Kennedy Round doveva essere successiva all’approvazione dei relativi regolamenti comunitari – e si scelse di presentare in ogni caso, prescindendo dall'atteggiamento statunitense, la lista di eccezioni della Comunità entro il 16 Novembre. La Francia, in particolare, pretese il rispetto della scadenza di metà Novembre: se, infatti, l'elenco delle eccezioni della CEE non fosse stato pronto alla data stabilita, avrebbe corso il rischio di non riuscire a indurre la Germania occidentale ad accettare di definire prezzi agricoli comuni per i cereali nell'area comunitaria entro la metà di Dicembre.
[34] Cf. “Relazioni Internazionali”, 14 Novembre 1964, n. 46, p. 1422.
[35] DDRS, 2001/0447, Memorandum of Conversation. Agricultural Rules for the Kennedy Round, October 28, 1964, PSM, Gale Group, p. 2.
[36] Nel corso delle riunioni del Consiglio dei ministri, dedicate al problema, si era profilato, sempre più chiaramente, un contrasto fra paesi che avevano, prima dell'entrata in vigore della tariffa comunitaria, tariffe nazionali protezionistiche e paesi a indirizzo decisamente liberista; i primi (Francia e Italia, soprattutto), preoccupati di proteggere alcuni delicati settori dell'industria nazionale, già posti in crisi dall'integrazione comunitaria e dalla Tariffa Esterna Comune, avevano presentano liste di eccezioni nazionali piuttosto lunghe e chiesto che queste andassero a integrare la lista unica preparata dalla Commissione. Gli altri (Germania Federale e Olanda, in particolare) intendevano, al contrario, ridurre al minimo il numero delle eccezioni per dare nuovo impulso al Kennedy Round. Cf. F. Cocco (a cura di), Il difficile momento delle Comunità Europee. Il Kennedy Round cit., pp. 785-786.
[37] B. Pagani, Il Kennedy Round cit., p. 289.
[38] «Within the non-tariff field […] the balance of bargaining power is heavily in favour of the EEC. […] It would make sense to negotiate on non-tariff barriers within the context of the Kennedy Round if doing so would enable us to gain non-tariff concessions that we otherwise could not get and if doing so would not complicate the successful conclusion of the trade negotiations. Neither condition is satisfied. […] During the trade negotiations thus far, the French have been unwilling to settle individual issues on their merits as they arise. Their general tactic has been to keep all issues open until the shape of the final package can be seen. They have opposed agreement on either the level of the linear cut or on disparities until the exceptions have been negotiated. Given their general negotiating objective of delaying the process and minimizing the results of the negotiations, the French may, if given the opportunity, contend that agreement on the main features of the negotiations on industrial tariffs cannot be reached until the major non-tariff barrier problems are settled satisfactorily», DDRS, 2001/0096 cit., pp. 6-7.
[39] L'accordo, raggiunto a Ginevra nel Maggio 1967, venne accolto con favore in Europa: Rey dichiarò di essere estremamente soddisfatto (soddisfatta, pure, l'industria chimica europea). Negli Stati Uniti reazioni favorevoli furono espresse, oltre che dagli importatori e da qualche produttore, dall'ufficio speciale del presidente per i negoziati commerciali; nettamente sfavorevole fu invece la reazione della maggior parte dei produttori americani.
[40] «Trade in non-agricultural products between the U.S. and the EEC is about equal; and the average level of tariffs of the U.S. and the EEC is approximately the same. If we are successful in our efforts to get agreement to 50% linear cuts in industrial tariffs, we will have virtually exhausted our bargaining power. What little excess of concessions that may remain will be needed as part of the total offer to persuade the EEC to make concessions in the agricultural field. This will be an extremely difficult task. U.S. exports of agricultural products to the EEC in 1960 were about five times as great as the EEC exports of agricultural products to the U.S.. The U.S. comparative advantage in agricultural products is large; and, with substantial reductions of trade barriers, U.S. exports of agricultural products to the EEC would increase significantly. There is little chance that the six would be willing to compound the difficulties they already face in developing a CAP by opening their markets to a greater volume of U.S. agricultural products unless we can give the EEC trade concessions of equal value in return. Even if we can only get agreement to linear cuts in industrial tariffs of merely 30% and if the excess of concessions remaining were thus increased, the extra bargaining power still would be less than required to get the access we want for our agricultural products. In either case we will need to find as many concessions in the non-agricultural field as possible to offer the EEC in exchange for reductions of agricultural trade barriers», DDRS, 2001/0096 cit., pp. 5-6.
[41] «I would intend again to indicate in Geneva that the proposals the Community has made to date would not constitute acceptable agricultural trade liberalization and that offers by the EEC solely or largely on this basis would have grave consequences for the Kennedy Round», DDRS, 2001/0449, Memorandum for the President. Agriculture in the Kennedy Round, Christian A. Herter to the President, January 19, 1965, PSM, Gale Group, p. 2.
Il piano comunitario fu, evidentemente, vivacemente criticato dagli americani, secondo i quali, se adottato, avrebbe lasciato sussistere uno scarto notevole dei livelli di protezione fra i diversi stati, senza ridurli, e isolato, quasi completamente, dalla concorrenza esterna la produzione agricola dei paesi importatori. Cf. A. Bagnato, A. Camanzi, Agricoltura e mercato nelle trattative GATT, Editrice Cooperativa, Roma, 1988.
[42] F. Cocco (a cura di), Il difficile momento delle Comunità Europee. Il Kennedy Round cit., p. 786.
Cf. “Relazioni Internazionali”, 27 Giugno 1964, n. 26, pp. 926-927; “Relazioni Internazionali”, 31 Ottobre 1964, n. 44, p. 1373.
[43] Cf. W. Diebold Jr., A watershed with some dry sides: the Trade Expansion Act of 1962 cit., pp. 252-253.
[44] L’accordo migliorava le prospettive della cooperazione comunitaria e stabiliva un migliore equilibrio tra il settore agricolo e quello industriale, nel quali i progressi erano stati, sino a quel momento, molto più rapidi e meno laboriosi. «Esso potrà avere favorevoli ripercussioni […] sul Kennedy Round: sui negoziati in campo agricolo, in seguito alla fissazione di una base uniforme di prezzi e di prelievi per tutti i paesi aderenti, e su quelli in campo industriale, per il presumibile meno rigido atteggiamento francese, dopo il sostanziale successo ora ottenuto», “Relazioni Internazionali”, 26 Dicembre 1964, n. 52, p. 1578.
[45] “Relazioni Internazionali”, 25 Settembre 1965, n. 39, p. 909.
[46] DDRS, 2001/0353, Information Memorandum. The EEC Crisis. Agriculture and the Kennedy Round, John M. Leddy, Assistant Secretary of State for European Affairs, Anthony M. Solomon, Assistant Secretary of State for Economic Affairs, to George W. Ball, Under Secretary of State, and Thomas C. Mann, Under Secretary of State for Economic Affairs, July 30, 1965, PSM, Gale Group, pp. 1-3.
Cf. DDRS, 2001/0450, Memorandum for the President. Agriculture in the Kennedy Round, Christian A. Herter to the President, August 9, 1965, PSM, Gale Group, pp. 1-4.
Riflessioni più generali sull’importanza per gli Stati Uniti di riprendere e concludere con successo il Kennedy Round sono contenute in un draft del 12 Luglio 1965. «Clearly our overriding economic and political interest is to conclude the maximum Kennedy Round package which the EEC can negotiate and accept. In economic term not only is the alternative unpromising - doughnut negotiation in which the U.S., EFTA, Canada and Japan exchange concessions on commodities traded primarily among themselves would be a modest scope - but with a release of the pressure towards liberalization the EEC could easily swing toward protectionism. In political terms […] the penalties of failure would be very substantial. More surely than the present French challenge, failure would halt the Community’s slow development into a European power in its own right and give France a new paramountcy on the continent. For the U.S. the result would be an immediate decrease in our influence in Europe coupled with a corresponding increase at home in pressure for go-it-alone approaches to political and economic problems. In a word, more narrow-centered nationalism in Europe, less cohesion between Europe and America», DDRS, 2001/0131, Draft. Impact of EEC crisis on the Kennedy Round, July 12, 1965, PSM, Gale Group, p. 8.
[47] Cf. “Relazioni Internazionali”, 6 Agosto 1966, n. 32, p. 858.
[48] Cf. F. Garino, Accordo finale nei negoziati commerciali a Ginevra, in “Relazioni Internazionali”, 27 Maggio 1967, n. 21, p. 505.
[49] Con le sue proposte, la CEE, oltre a cercare di eludere le rivendicazioni liberoscambiste degli Stati Uniti, mirava a ottenere la consacrazione della sua Politica Agricola con un sistema di accordi che ne sancisse la conformità alla prassi internazionale, e a proiettare all'esterno gli schemi della PAC. Sul piano interno dovevano, invece, servire ad attivare la Politica Agricola Comune e cioè a esercitare pressioni sui paesi membri, e specialmente sui tedeschi, per definire rapidamente il livello dei prezzi unici comunitari (perché senza quelli la CEE non poteva consolidare il proprio montante di sostegno).
Le resistenze frapposte nel GATT erano facilmente comprensibili. I grandi paesi esportatori le condannarono perché non garantivano loro un maggiore accesso al mercato comunitario e, anzi, potevano comportare la perdita di alcune posizioni già conquistate su determinati mercati; i paesi importatori, di fronte alla prospettiva di una lievitazione dei corsi mondiali e quindi all'aumento dei costi di approvvigionamento in derrate agricole, temevano una ridotta competitività delle proprie esportazioni e perciò di fronteggiare un serio problema di bilancia dei pagamenti; a un approccio di tipo dogmatico ne contrapposero uno pragmatico, fondato sulla presentazione di liste di offerte concrete − specie nei confronti di quei prodotti per i quali non era prevista la conclusione di accordi mondiali − destinato a prevalere nella fase finale del negoziato.
[50] F. Garino, Accordo finale nei negoziati commerciali a Ginevra cit., p. 505.
[51] A. Grosser, The Western Alliance. European-American Relations since 1945 cit., p. 229.
[52] Cf. “Relazioni Internazionali”, 4 Novembre 1967, n. 44, p. 1088; R. S. Walters, D. H. Blake, The politics of global economic relations, Prentice Hall, Englewood Cliffs, 1992, p. 32.
[53] D. Calleo, Economia e diplomazia americana, 1960-1980, in R. Tiersky (a cura di), Gli Stati Uniti fra primato e incertezza cit., p. 64.
(*) Maria Rita Del Prete si è laureata in Scienze Politiche, indirizzo politico-internazionale, all'Università di Perugia, con una tesi dal titoloSistema economico e monetario internazionale e diplomazia: l’azione degli Stati Uniti e la Cee, 1962-1971, relatore il prof. Fulvio D'Amoja.
E' dottoranda di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali presso l’Università degli Studi del Salento, e sta lavorando a una dissertazione dottoralesu L’America Latina nelle relazioni internazionali dell’Italia (1945-1966), tutor il prof. Luciano Tosi.
Dal gennaio 2005 collabora all’attività didattica degli insegnamenti di Storia delle Relazioni Internazionali, di Storia dell’Organizzazione Internazionale e di Storia della Cooperazione Internazionale e Relazioni Multiculturali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia (sedi di Perugia e di Terni). E' cultore della materia nella disciplina di Storia delle Relazioni Internazionali e di Storia dell’Organizzazione Internazionale. Ha partecipato al progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e coordinato dal prof. Antonio Varsori, dell’Università degli Studi di Padova, intitolato Alla ricerca di un ruolo globale: l’Europa nelle relazioni internazionali (1968-1981). In quest'ambito ha svolto una ricerca su Europa, Italia e paesi del Centro e Sud America negli anni della grande distensione.
In corso di pubblicazione è il suo saggio su L’emigrazione italiana in Argentina e in Brasile nel secondo dopoguerra, pubblicato a cura del Servizio Relazioni Internazionali della Regione Umbria.

Nel pieno della crisi di Cuba si verificò un episodio su cui la storiografia non ha ancora fatto piena luce.
Il 27 ottobre 1962 un aereo-spia americano U-2 sorvola il territorio sovietico e per circa due ore nessuno ne dà notizia al Presidente Kennedy o al Segretario alla Difesa Robert McNamara, in quel momento impegnati nella ricerca di una soluzione alla crisi caraibica con Fidel Castro e Nikita Khruscev.

Secondo alcune testimonianze, la riunione al Pentagono fu tempestosa e il Segretario alla Difesa l’avrebbe chiusa bruscamente urlando: «Tutto questo significa la guerra con l’Unione Sovietica. Il Presidente deve usare subito la linea rossa con Mosca». Una ricostruzione alquanto inesatta, questa, dato che la “linea rossa” fu istituita dopo, e non prima (né durante) la crisi di Cuba.
La gravità della situazione è dimostrata dal messaggio di Kruschev a Kennedy del 28 ottobre, in cui il leader sovietico esprimeva il timore che un aereo “intruso” americano «avrebbe potuto essere scambiato facilmente per un bombardiere nucleare, il che ci avrebbe spinto a compiere un passo fatale».
Sia come sia, sta di fatto che la “Official Air Force History of Maultsby unit” parla di quest’operazione come di un totale successo. Ciò, a mio avviso, significa che ci furono degli ordini precisi, impartiti direttamente o indirettamente dal Pentagono; anche sotto il mascheramento di “missioni polari”. Del resto, la precedente esperienza dell’abbattimento dell’U-2, fatta dall’amministrazione Eisenhower, e la serie di missioni già in programma per questi aerei-spia, e poi annullate da Kennedy, induce a supporre una linea di continuità fra le varie amministrazioni americane, durante la Guerra fredda, nell’approvazione, aperta o coperta, di questo tipo di missioni.



Si è tenuto, il 21 aprile 2008, presso alla Facoltà di Scienze Politiche "Cesare Alfieri" di Firenze, il Seminario sul crollo dell'Unione Sovietica nel 1989. A discuterne, coordinati da Massimiliano Guderzo, Ordinario di Storia delle Relazioni internazionali della medesima università, sono stati chiamati: Viktor Kuvaldin, uno dei più stretti collaboratori di Mikhail Gorbaciov, Professore di storia all’Università di Stato “Lomonosov” e al MGYMO di Mosca, fondatore del Club 93, e Direttore del Centro “Expertisa” della Fondazione Gorbaciov; Umberto Gori, Ordinario di Relazioni Internazionali dell'Ateneo fiorentino; il sottoscritto; e Duccio Basosi, Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni internazionali.
VIKTOR KUVALDIN - La politica estera gorbacioviana e l’89 in Europa
MATTEO LUIGI NAPOLITANO - La fine dell’URSS. Crisi dell’Intelligence?
DUCCIO BASOSI - La fine della competizione negli aiuti allo sviluppo.
Massimiliano Guderzo
Elena Dundovich
Sara Tavani
(Professore di storia delle relazioni internazionali all’Università di Stato e al MGYMO di Mosca Direttore del Centro “Expertisa” della Fondazione Gorbaciov, Mosca)
La prima vera svolta dell’URSS è rappresentata dalle elezioni libere del marzo 1989 (le prime dal 1917), che fanno di quest’anno una data paragonabile al 1789, anno della Rivoluzione francese. Quelle elezioni portarono alla sconfitta l’inefficiente e paralizzante Nomenklatura sovietica, senza che tutto ciò conducesse al rinnegamento dello Stato socialista. Si trattava di una rivoluzione epocale, che dava una nuova struttura al Congresso dei Deputati del Popolo, che era il vero e proprio nuovo asse intorno al quale sarebbe ruotato il potere, che veniva finalmente sottratto alle grinfie del Comitato Centrale del PCUS. Tutto questo ha spianato la strada alla visita di Gorbaciov in Europa e al vertice di Malta con George Bush, tenutosi nei giorni 1-3 dicembre 1989. Il vero anno di svolta per l’URSS è dunque il 1989, ancor prima del 1991,: una svolta preparata dall’avvento di Gorbaciov del 1985.
Entrai a far parte dello staff ristretto del Presidente Gorbaciov proprio nel 1989: prima al Dipartimento Affari Esteri del Comitato Centrale del PCUS, poi nel gruppo dei consulenti ristretti del Presidente, per ben tre anni. Posso quindi offrire una testimonianza di prima mano su ciò che è stato.
Quando arriva al potere, Gorbaciov crede fermamente nella scelta riformista di tipo socialista, e crede fermamente che il popolo sovietico condivida questa linea: salvare il socialismo abolendo la nomenclatura e garantendo la trasparenza nell’azione dello Stato. Gorbaciov ritiene possibile instaurare un nuovo tipo di rapporto con l’Europa nella «casa comune europea».
L’Occidente crede a Gorbaciov; come persona degna della massima stima e degna di fede. Non crede invece alla sua idea che sia possibile ravvivare, attraverso la perestroika e la glasnost, l'Unione Sovietica. Pur tuttavia gli europei (in testa Margareth Thatcher, François Mitterrand ed Helmuth Kohl), appoggiano politicamente ed economicamente il leader sovietico.
Com’è noto dagli eventi, che sono ormai storia, si sviluppò un rapporto di grande stima e di collaborazione tra Gorbaciov e il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Al di là dell’andamento dei vertici tra i due, e degli altri contatti personali, al Cremlino potevamo essere sicuri del fatto che gli Stati Uniti non consideravano più l’Unione Sovietica come l’ ”Impero del Male”.
Si può comprendere dunque la nostra preoccupazione nel momento in cui, nel 1988, succeduto a Reagan George Bush sr., questi decise di prendersi una “pausa di riflessione”, destinata a durare sei mesi, per farsi un’idea precisa di quale dovesse essere la nuova politica estera americana nei confronti dell’URSS.
A Mosca fummo tutti molto tesi: non avevamo la minima idea del perché una nuova Amministrazione dello stesso colore di quella uscente, retta da colui che era stato il vicepresidente di Reagan, volesse ora cambiare linea politica nei nostri confronti. Ma i grandi cambiamenti erano dietro l’angolo. E gli Stati Uniti non potevano che governarli di concerto con noi.
Nel marzo 1989, come ho già detto, si tennero in Unione Sovietica le prime elezioni veramente libere. A fine giugno Gorbaciov, visitò la Repubblica Democratica Tedesca per le celebrazioni del suo quarantennale.
Fu in quel momento che egli intuì nettamente che la riunificazione della Germania era ormai inevitabile; ma egli l’auspicava in un tempo il più lungo possibile. A questo punto, noi dell’entourage di Gorbaciov cominciammo a temere lo che uno sviluppo incontrollato degli eventi tedeschi finisse in ultima analisi per compromettere il processo di normalizzazione in Europa; e che, nella peggiore delle ipotesi, noi sovietici venissimo nuovamente messi di fronte alla necessità d’intervenire militarmente in Germania orientale, da dove si stava registrando un’emorragia di cittadini che stavano scegliendo l’occidente, una volta aperte le frontiere tra la Germania est, la Cecoslovacchia e l’Ungheria (paesi di transito verso l’Occidente, al quale le ultime due si erano aperte).
Un altro problema che il presidente sovietico dovette affrontare fu la risposta al “Programma in dieci punti per il superamento della divisione della Germania in Europa”, fissato da Kohl nel suo discorso al Bundestag del 28 novembre 1989, in cui si teorizzava (al punto quinto) la formazione di una “Confederazione pangermanica” («konföderative Strukturen zwischen beiden Staaten in Deutschland»), che suscitò in noi sovietici antiche paure. Erano paure che anche il Cancelliere tedesco, nella sua sensibilità politica, dovette percepire: se è vero, com’è vero, che egli inviò immediatamente a Mosca il suo ministro degli esteri, il socialdemocratico Genscher, per rassicurarci in tutti i modi possibili sul significato dei suoi “Dieci Punti”.
Nel nostro voler ad ogni modo evitare (o ritardare nel tempo il più possibile) l’unificazione della Germania, non eravamo certamente soli. Anzi il Presidente Gorbaciov poteva decisamente contare sull’appoggio di tutti gli europei occidentali, e in particolar modo della Francia e dell’Italia. Ma, sul problema tedesco, il Cancelliere Kohl aveva il netto appoggio degli Stati Uniti (e in qualche modo della Gran Bretagna, in ossequio alla special relationship tra Londra e Washington); il che rendeva impossibile a noi il ricorso all’opzione militare contro Germania est, come ultima via per invertire il corso della cose.
Il via libera all’unificazione tedesca è stato dunque un duro terreno di prova per l’Unione Sovietica di Gorbaciov.
Dobbiamo però tornare al tema generale e porci una domanda: era possibile riformare il sistema sovietico, così come Gorbaciov avrebbe desiderato?
Da un lato, infatti, non era possibile salvare il sistema dello Stato-partito che tanti danni aveva prodotto. Tentando di salvare quel sistema, Gorbaciov non avrebbe fatto altro che accelerare la sua fine politica.
Si poteva, dall’altro lato, salvare forse qualcosa; e su questo mi trovo d’accordo con studiosi del calibro di Stephen Cohen e Archie Brown; ma sarebbe occorso uscire dal vecchio sistema, anzi seppellirlo per dar spazio a un’economia di mercato e a una democrazia politica, senza il peso di un’ideologia ufficiale. Certamente, le possibilità di realizzare tutto questo erano senz’altro risicate, ma si sarebbe potuto fare un tentativo, se gli eventi non fossero poi precipitati così rovinosamente.
Come uno dei più stretti collaboratori di Gorbaciov, io mi sento senz’altro responsabile, insieme ai miei colleghi, delle cose che non abbiamo saputo fare o che non abbiamo capito gli eventi nel momento in cui gli eventi si svolgevano sotto i nostri occhi.
Soprattutto: non abbiamo capito che, mantenendo una struttura di potere che però si adattasse al programma di Gorbaciov, che era di profonda riforma del Paese in senso socialista, si sarebbe potuto evitare (per quanto scarse fossero le chances) il crollo dell’Unione Sovietica.
(Professore ordinario di Relazioni Internazionali, Università di Firenze)
Le personalità di governo incidono fortemente sulle relazioni internazionali. Il sistema su cui queste si reggono è talvolta caotico e sensibile a ogni minima variazione.
Ciò che va rilevato di una personalità come Gorbaciov è senza dubbio il suo grande idealismo, di cui ha dato prova in un documento che, apparso sulla Pravda e sulle Istveziia, fu poi presentato all’ONU. In questo documento Gorbaciov evidenziava la necessità di restituire alle relazioni internazionali l’etica di cui queste avevano bisogno. Tale era la spinta idealistica che questo documento è uno dei pochi esempi in cui un leader sovietico, dichiaratamente ateo, finisce per proporre la creazione, sotto l’egida dell’ONU, di un Consiglio di esponenti religiosi del mondo, in grado di dettare le regole morali che dovrebbero ispirare le relazioni tra gli Stati e tra i popoli.
E’sempre questo idealismo a spingere Gorbaciov a investire sulla glasnost, pur fallendo la perestroika (percorso inverso a quello che sta accadendo in Cina, dove vi è riforma senza trasparenza, perestroika senza glasnost). E’ ancora l’idealismo che lo porta a ripianare il debito dell’Unione Sovietica nei confronti dell’ONU, invitando gli Stati Uniti a fare altrettanto.
Siamo ora nel 2008, che io considero un anno critico per tre scenari possibili che voglio qui illustrare.
a) L’attuale Presidente Medvedev s’indebolirà a vantaggio dei Siloviki di Sechin.
E’ il terzo scenario quello che mi sembra il più probabile. Del resto, Putin manterrà il controllo effettivo del potere ancora per tutto il 2008 e assumerà la guida di Russia Unita (il che vuol dire il controllo della maggioranza costituzionale di 315 seggi alla Duma, che gli consentirebbero di cambiare la Costituzione senza l’aiuto di altri).
Certamente, come Primo Ministro, Putin non avrà più lo stesso potere di prima; ma potrebbe riuscire a mantenere divisi i Siloviki.
Ci sarà una transizione pacifica del potere? Avrà Medvedev il pieno controllo del potere?
Vladimir Putin è e resterà senza dubbio una persona molto influente nella Russia attuale. Basti pensare che egli controlla il partito “Russia Unita” senza esserne mai stato membro.
Alle suggestive considerazioni del prof. Gori aggiungerei due scenari.
Gli Stati Uniti hanno, non uno, ma più padri fondatori: coloro che detennero e condivisero il potere dal 1776 al 1829. La Russia avrebbe bisogno esattamente della stessa cosa: di un gruppo dirigente e di lavoro ben armonizzato. Per ciò che lo concerne, Putin non sarebbe contrario; è un uomo normale, riservato, non ossessionato dal potere. Se le cose vanno bene per il nuovo Presidente russo, trascorso un anno, Putin potrebbe decidere di uscire dalla scena e ritirarsi a vita privata.
Un quinto scenario potrebbe essere il seguente: che Putin resti con le leve del potere saldamente in mano, lasciando tuttavia spazio anche ad altri, allo scopo d’impedire possibili fratture interne nella gestione collegiale del potere.
Si tenga presente, infatti che la Russia solo formalmente è una Repubblica presidenziale. In effetti, a ben vedere, essa è sostanzialmente una Repubblica super-presidenziale. Il Presidente è incontrollabile e non soggetto a qualsivoglia altra istanza. Medvedev è un accademico, un giurista, ma si sbaglierebbe a considerarlo una persona mite. Lo è solo in apparenza. E quindi probabile che il terzo scenario, formulato dal professor Gori, possa realizzarsi; anche se non escluderei l’insorgere di lotte intestine tra Medvedev e Putin. A rigor di logica, comunque, mi sembra difficile si realizzi tale ipotesi.
(Professore associato di Storia delle Relazioni internazionali, Università del Molise)
Che cosa pensava la CIA dell’Unione Sovietica alla fine degli anni Ottanta? Ponendoci questa domanda, dobbiamo ammettere che, nel periodo considerato, assai scarsi erano i segnali circa un crollo imminente dell’impero moscovita.
In linea generale si può dire che, sia nella CIA sia in altre agenzie e diffusamente nel sistema politico americano, la tendenza dominante era quella di credere che il sistema sovietico sarebbe ancora durato a lungo; e che anzi sarebbe divenuto sempre più forte. Lo si evince, ad esempio, dal famoso Gaither Report, preparato il 7 dicembre 1957 per il Presidente americano Eisenhower.
Ma non si tratta di una défaillance della sola intelligence. Come ha ricordato Robert Kaiser, nel suo editoriale per Outlook, apparso sul “Washington Post” all’inizio del settembre 1999, anche nel mondo accademico e fra i cosiddetti “addetti ai lavori” nessuno fu in grado i prevedere esattamente ciò che sarebbe accaduto fra l’estate del 1989 e la fine del 1991.
La CIA manteneva i suoi strumenti analitici tradizionali: per essa il sistema sovietico era sì un sistema dispotico, ma era un sistema che funzionava; e che quindi garantiva stabilità perlomeno in rapporto al confronto nucleare con gli Stati Uniti.
Nondimeno, è chiaro che alcune “Soviet Estimates”, stilate durante la Guerra fredda peccavano per eccesso. Ad esempio: l’intelligence americana stimava che il Prodotto Nazionale Lordo sovietico fosse pari al 50% di quello americano, mentre esso non raggiungeva che a malapena la quota del 30%.
La CIA aveva peraltro sopravvalutato sia il tasso di crescita dell’economia sovietica, sia la spesa in armamenti. Non da ultimo, essa aveva presentato questi valori, volutamente o involontariamente artefatti, al Presidente Reagan, in un rapporto dell’ottobre 1986, proprio alla vigilia di un vertice del G7.
Di fronte a questi elementi, il principale tema del dibattito è il seguente: non ha per caso la CIA fallito la previsione del secolo, ossia lo stallo economico sovietico, trascurando dei fondamentali segnali di segno negativo?
Una parziale giustificazione per questa sconfitta può essere la seguente: il paese che aveva mandato in orbita lo Sputnik, la superpotenza su cui si appuntavano moltissime paure, lo Stato che celava a occhi indiscreti i suoi fondamentali economici, non poteva essere ragionevolmente collocato negli infimi ranghi del terzo o del quarto mondo.
Come vedremo, due rapporti segretissimi della CIA, rispettivamente del 1989 e del 1990 sembrerebbero smentire tale ipotesi. Ma ci torneremo. Il vero punto è che nessuno fu in grado di prevedere il crollo dell’URSS, fino a quando non si furono manifestati i segnali dell’imminenza di quel crollo.
Un altro tema di dibattito è il seguente: volendo l’Occidente far confluire l’Unione Sovietica verso l’economia di mercato (anticipando, in un certo senso, e con le dovute differenze, il corso della Cina attuale), era davvero essere interesse dell’Occidente, ai fini di una maggiore stabilità del sistema internazionale, puntare alla dissoluzione dell’Unione Sovietica?
Qualsiasi risposta si voglia dare a questo interrogativo, resta il fatto che la fine dell’Unione Sovietica, per la sua intima peculiarità, è un modello senza precedenti, che non si è potuto utilizzare per altri scenari e su altri quadranti geopolitici; anche a causa dell’unicità della minaccia sovietica e della sua univoca provenienza.
Tornando all’aspetto che c’interessa, e considerando il fatto che dietro l’analista d’Intelligence, in fondo, c’è pur sempre un essere umano, occorre ammettere che nessuno avrebbe potuto prevedere questo terremoto di fine Novecento, materializzatosi in tre scosse di uguale potente intensità: la fine del blocco di Varsavia, la fine della Germania democratica a vantaggio di una Germania unita, ma non neutrale (com’era auspicio di Mosca), bensì inserita nella NATO; la fine dell’Unione Sovietica, di cui stiamo parlando.
Si tratta, a ben vedere, ed è stato notato, degli eventi più traumatici della storia del Novecento che non abbiano rivestito i caratteri di una guerra.
Che la CIA avesse provato a capire che cosa stesse succedendo oltrecortina è dimostrato da due memoranda segretissimi per il Presidente degli Stati Uniti.
Nel primo di questi, redatto il 21 novembre 1989, in merito all’andamento della perestroika, si legge quanto segue: «E’ molto probabile un’intensificazione e una continuazione del corso attuale delle cose…L’intensificazione e la continuazione non è davvero il termine giusto. Gorbaciov ha scatenato qui delle forze che lui non può controllare. E dove si stia andando esattamente a finire, nessuno lo sa».
In un altro memorandum dell’aprile 1990 la CIA scriveva: «Il dominio comunista sull’Europa orientale è cessato, e non tornerà mai più in vita.
Come emerge da queste due citazioni, di valore innegabilmente diverso e soggetto a un’interpretazione variegata, a nessun livello del confronto nella Guerra fredda, le analisi della CIA possono definirsi accurate previsioni o predizioni.
Le valutazioni su come avrebbe potuto finire la Guerra fredda andavano, ad esempio, dallo scatenamento di un confronto nucleare alla corsa agli armamenti. In nessuna di queste analisi, una volta per tutte e in via in equivoca e definitiva, la CIA previde la fine dell’Unione Sovietica. Certamente, gli analisti dell’intelligence americana, in alcune dichiarazioni innanzi al Congresso (finalizzate anche ad avallare stanziamenti in denaro, quanto più possibile cospicui, in favore della CIA), intravidero il collasso economico dell’Unione Sovietica. Ma mai, una volta per tutte, fu da loro predetta la fine del dominio sovietico.
Del resto, col senno del poi, è anche facile capire perché. Come aveva potuto l’Unione Sovietica rinnovare il 99% del parco dei suoi missili intercontinentali, il 40% dei suoi missili balistici lanciati da sottomarini e il 70% dei suoi bombardieri, con un’economia così debole?
Una risposta possibile è che essa celava, come si è detto, i dati sull’andamento della sua economia. Ma non si può escludere una risposta alternativa: pur essendo l’Unione Sovietica sull’orlo del baratro, essa poteva lanciare tutti i programmi di difesa che il regime riteneva oppotuni, semplicemente prescindendo da ciò che ne pensava il popolo russo ridotto ormai alla fame.
Un altro aspetto che ci interessa sottolineare è il ruolo di Gorbaciov. Abbiamo detto che in alcuni settori d’Intelligence e dell’Amministrazione Reagan, l’URSS orientata all’economia di mercato era qualcosa di più certo e di più stabile, insomma di più auspicabile per l’Occidente, di un’URSS che cessava di essere tale per diventare qualcosa d’ignoto, nel pieno di quella che allora appariva una contesa geopolitica e nucleare senza fine.
Ma questa prospettiva non tiene conto di un elemento non trascurabile, che allignava in alcuni settori della politica estera e di sicurezza americani: secondi i quali la presenza di Gorbaciov poteva addirittura considerarsi un ostacolo e una complicazione. Se era vero, infatti, che l’URSS stava sgretolandosi per effetto di scelte economiche effettuate da dirigenti corrotti e incompetenti, l’avvento di un uomo politico che, non corrotto ed estremamente competente (per quanto figlio dell’apparato), era determinato nel seguire la riforma del sistema sovietico (perestroika) e la sua trasparenza (glasnost) voleva dire una sola cosa: che con Gorbaciov il sistema sovietico rischiava di perpetuarsi, invece di implodere e scomparire per sempre.
Passando al tema di che cosa si aspettassero, l'uno dall’altra, due Intelligence a distanza, il KGB e la CIA, che si studiavano a nemmeno troppa distanza reciproca, si potrebbe dire che è possibile affrontare tale questione da più prospettive. Trattasi infatti di una questione politica, culturale e anche correlata all’identificazione, almeno per ciò che concerne il KGB, in qualcosa di nuovo e di “altro” rispetto alla Nomenklatura (anche se non necessariamente “post-sovietico”).
Allo stato della documentazione, bisogna anzitutto dire che non si riesce ancora a capire se il KGB abbia previsto la fine dell’Unione Sovietica.
Ma se si passa agli aspetti del rapporto “culturale” fra le due superpotenze, vediamo che esso si rivela di grande interesse proprio perché tale rapporto riguarda anche le due Intelligence; andando a toccare il problema dell’accesso reciproco a documentazione di particolare interesse.
I sovietici usavano classificare del materiale che gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto considerare “chiuso”: a meno di non far cadere i presupposti di uno Stato libero, fondato sul diritto di stampa, di espressione, di parola, di pensiero e di ricerca.
Invece l’Unione Sovietica chiudeva agli occhi occidentali moltissima letteratura tecnico-scientifica, per varie ragioni (non ultima la scarsità di copie disponibili a causa di penuria di carta). La principale di queste ragioni era comunque il non consentire all’Occidente di acquisire informazioni che si ritenevano, a torto o a ragione, “strategiche”.
Per quanto strano sembri, tuttavia, la disparità di trattamento delle fonti “aperte”, riservata dall’URSS agli Stati Uniti, fu criticata perfino all’interno dell’establishment del Cremlino. Se si voleva dare al mondo la prova della superiorità tecnologica e strategica dell’URSS, di cui tanto si scriveva nei discorsi ufficiali, allora sarebbe occorso aprire all’Occidente quella letteratura scientifica che inoppugnabilmente stava a dimostrare la superiorità dell’Unione Sovietica sull’Occidente.
Le pubblicazioni non classificate degli americani (libri e altro materiale universitario, articoli su riviste scientifiche ecc.), erano invece liberamente consultabili, anche dai sovietici (che, come Washington, avevano le loro reti di approvvigionamento), i quali potevano ottenere una serie di informazioni strategiche di enorme portata.
Lo stesso non poteva dirsi per gli Stati Uniti. Dal materiale che gli americani riuscivano a procurarsi a Mosca, attraverso le varie propaggini europee della Biblioteca del Congresso, si poteva evincere infatti solo un quadro generale delle cose sovietiche, sul sistema e sul regime.
Detto in altre parole, questo squilibrio informativo starebbe a indicare che non sempre i sovietici ebbero bisogno di spiare gli americani per sapere che cosa essi stessero facendo, e soprattutto come essi si stessero muovendo nei settori strategici della competizione con l’Unione Sovietica. La libera informazione dal mondo libero, in altri termini, costituiva per l’URSS un enorme valore aggiunto, mentre non accadeva lo stesso per gli Stati Uniti riguardo ai russi.
Di questo vantaggio i sovietici volevano certamente far tesoro. Ma una tale esigenza (fu sottolineato dallo stesso Nikolai Bulganin) non doveva far dimenticare che non di rado molti “addetti ai lavori” sovietici sottovalutavano eccessivamente i progressi tecnologici compiuti dagli altri, partendo dall’assioma della superiorità sovietica; occorreva invece tenersi continuamente aggiornati su ciò che gli altri stavano facendo, e studiare attentamente ogni minimo progresso compiuto a ovest di Mosca.
Di fronte a questa situazione, in un certo senso si può dire che le pubblicazioni scientifiche americane, che come si è detto erano nella stragrande maggioranza dei casi liberamente accessibili, non chiuse come le omologhe pubblicazioni sovietiche, abbiano in certi momenti consentito all’Unione Sovietica di ridurre il suo gap tecnologico nei confronti degli Stati Uniti e, più in generale, dell’Occidente.
Un ultimo aspetto andrebbe trattato in una comunicazione giocoforza sintetica: quella degli archivi sovietici. Tali archivi, com’è noto, sono stati aperti subito dopo la fine dell’Unione Sovietica; ma tale apertura ha comportato il rischio di far scoprire alcune operazioni decisive per la Guerra fredda, sovresponendo coloro che vi erano coinvolti e che erano ancora viventi. Nessuna meraviglia quindi che Putin, ex agente del KGB, abbia provveduto, divenuto Presidente della nuova Russia, a chiudere nuovamente la documentazione agli occhi indiscreti degli studiosi.
Ma questo è un altro tema, suscettibile di sviluppi, che si auspicano favorevoli, man mano che la Russia avrà intensificato i suoi rapporti con l’Occidente, e in special modo con l’Europa.
(Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali, Università di Firenze)
Una verifica teorica, tutta da completare, riguarda l’ipotesi se l’Unione Sovietica non abbia in fondo costretto l’Occidente, e in particolar modo gli Stati Uniti, a muoversi su un terreno che non era in fondo loro molto familiare.
Questa è un’ipotesi che appare tanto più praticabile se si pensa che il 90% per cento della letteratura storico-politologica converge oggi sulla tesi che la fine della Guerra fredda non deriva da una vittoria americana, o dell’Occidente, bensì esito di altre spinte, interne ed esterne, all’Unione Sovietica, o meglio: esito di scelte “autoctone” russe.
Nonostante il fatto che la letteratura scientifica si sia orientata in tal senso, resta sempre l’idea, nella stampa non specializzata e nell’opinione pubblica comune, che la Guerra fredda sia stata vinta dall’Occidente e che Ronald Reagan abbia “prodotto” Mikhail Gorbaciov.
Ma se si guarda bene agli eventi, si noterà che già nel periodo che va dal novembre 1983 al gennaio 1984, Reagan aveva già modificato il suo approccio “dialettico” all’Unione Sovietica; lo dimostra peraltro un discorso del Sottosegretario di Stato, oltre a vari indirizzi dello stesso presidente Reagan.
Il bilancio, quindi, sull’esito della Guerra fredda dovrebbe essere un pareggio. Ma quale tipo di pareggio?
Questo argomento ovviamente andrebbe esaminato in un contesto più appropriato, soprattutto legato alla disponibilità di una maggior copia di documenti, rispetto a quelli di cui adesso si comincia a disporre, specialmente con riguardo alle carte sulla Presidenza Reagan.
Quello che si può dire con riguardo particolare al Terzo Mondo è che la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica in quell’area ha fine: tanto in America Latina, quanto in Africa.
Con una decisione adottata nel 1972 il National Security Council aveva sancito la necessità di una proiezione in America Latina, in particolare nelle aree soggette a instabilità politica, essendo queste ultime le più soggette alle possibilità di insidiosa competizione ideologico-economica da parte di Mosca.
La crisi debitoria verificatasi, circa un decennio dopo, in gran parte dei paesi dell’America Latina (con eccessiva esposizione nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, del Tesoro e delle banche statunitensi) pose un problema: come si sarebbe dovuto ripianare il debito? Era sufficiente la formula del “tutto e subito” per definire i criteri di rimborso?
Il discorso del Segretario di Stato George Schultz, del marzo 1983, indica chiaramente che quella formula non era percorribile; e preconizzava in alternativa un piano di aiuti americani ai Paesi dell’America Latina, per aiutarli a uscire dalla crisi e a resistere alle sirene moscovite.
La situazione del debito in America Latina fu anche oggetto della National Security Decision Directive (NSDD) 383, ancora classificata, insieme al documento del National Security Council che ne tratta (si veda qui per le altre NSDD).
In tutta questa situazione, va detto che Mosca apparentemente non si pronunciò sulla crisi debitoria in America Latina, né attuò dei piani di sostegno economico (se si escludono poche iniziative in favore dell’Argentina, a sostegno del debito peruviano, o nel triangolo petrolifero tra Russia, Messico e Venezuela per rifornire di petrolio Cuba, ma il tutto con un’incidenza pari allo 0,6% del Prodotto Interno Lordo).
Non è chiaro se gli Stati Uniti abbiano capito (o non abbiano volutamente capito, per ragioni strumentali) l’atmosfera di ripiegamento dell’Unione Sovietica da molti quadranti del mondo. Ma è chiaro che essi si mostrarono più pronti a assicurare denaro a paesi strategicamente più importanti, come Filippine e Zaire.
Va aggiunto che il processo in corso in America Latina si replicò in altri paesi con la NSDD 156 Food for Progress del 1985; tenendo presente che quei paesi in via di sviluppo, che si erano in precedenza avvicinati al modello sovietico, stavano ora sperimentando forme di economia di mercato, proprio a causa del fallimento del precedente modello.
Il che sta a dimostrare, se mai ve ne fosse bisogno, che negli anni Ottanta Mosca era assente dalla contesa degli aiuti al Terzo Mondo ben prima della fine dell’impero sovietico.
Riprendo la parola per dire che condivido l’opinione del professor Basosi, quando dice che la Guerra fredda non è stata vinta dagli Stati Uniti. Ma occorre aggiungere che, a mio avviso, non possiamo parlare di due concorrenti alla pari. Perché nella competizione l’Unione Sovietica era la parte più debole, quella sempre sull’orlo di soccombere; eccetto per il campo delle armi strategiche, dove mantenne la parità con gli Stati Uniti, sempre, anche a costo di enormi sforzi.
Per dirla in altri termini: la Guerra fredda era un mondo bipolare i cui poli tuttavia non erano affatto uguali.
Trovo altresì molto interessante e perfettamente fondata l’opinione del professor Napolitano: l’economia sovietica non era al passo con quella statunitense e fu deliberatamente sovrastimata dagli analisti dei servizi segreti americani, certamente anche per un interesse politico (ottenere fondi dal Congresso per la CIA). Trova conferma poi, e mi consta come uno dei più stretti collaboratori di Mikhail Gorbaciov, che lo iato tra Stati Uniti e Unione Sovietica andò allargandosi negli ultimi tre anni di vita dell’Unione.
Mi si consenta di spendere poi una parola sul KGB. Attorno al servizio segreto sovietico sono fioriti molti miti, desunti da un fatto che però è vero: a contatto col KGB la verità diventava impenetrabile. La gente che lavorava alla Lubianka era gente molto semplice, modesta, di poche parole. Anche il più celebre agente sovietico una volta disse che questa professione presupponeva una qualità: ascoltare molto senza mai dir nulla. Lo stesso Putin, che proviene dai servizi segreti, è un esempio di uomo semplice: di poche parole, non ha realizzato alcuna fortuna personale; analizza freddamente le decisioni da prendere per il suo paese.
Devo poi aggiungere elementi che, a mio avviso, sono delle vere e proprie novità.
Si sa che cos’è successo nell’agosto 1991, nel tentato colpo di stato ai danni di Gorbaciov, e del ruolo che possono aver avuto correnti del KGB legate alla vecchia Nomenklatura. Ma il KGB è una realtà assai più complessa di quanto non sembri. E’ molto meno noto, ad esempio, che furono proprio due fra i massimi esponenti del servizio segreto sovietico, Yuri Andropov (futuro leader post-breznheviano) e Mikhail Suslov, ideologo del regime) a proteggere Gorbaciov nella sua ascesa al potere, e a essere praticamente i suoi mentori. Lo stesso Gorbaciov, a casa sua, mi ha mostrato una sua foto giovanile scattata proprio da Andropov.
Che cosa intendo dire parlando del KGB come di una realtà complessa? Semplicemente dare una testimonianza di quella che è stata la mia attività istituzionale e politica. Come braccio destro di Gorbaciov per le questioni di politica estera, io avevo l’obbligo di leggere tutti i dossier che giungevano sul mio tavolo, di qualsiasi provenienza. Le agenzie che li inviavano erano solitamente tre: i vertici militari, il ministero degli esteri e il KGB. Avendo analizzato tutta questa documentazione per poter fornire a Mikhail Sergéevic dati utili su come comportarsi, avevo ben presente i vari orientamenti.
A fronte di un ministero degli esteri che solitamente poteva dirsi molto liberale, vi era una classe militare estremamente dottrinaria e conservatrice, sempre pronta al confronto ideologico con l’Occidente a ogni minima occasione. Il KGB si collocava invece giusto nel mezzo, evitando le estremizzazioni in un senso o nell’altro.
La cosa in sé non ci direbbe ancora nulla se non aggiungessi che le altre istanze non disponevano della sterminata mole d’informazioni in mano al KGB: ciò che consentiva a quest’ultimo di esercitare una particolare moderazione, sapendo che alcune posizioni di altre agenzie erano estremizzate proprio dalla non conoscenza di materiale che tuttavia non si doveva né poteva divulgare: neppure alle più alte sfere dirigenti del ministero degli esteri o dell’esercito. Ecco perché il KGB fu sempre portato ad appoggiare Gorbaciov, rifuggendo da spinte eccessivamente ideologiche e insensate, di cui invece davano prova eminenti figure dell’Accademia delle Scienze, militari, alti papaveri del Partito, e non pochi diplomatici.
Non è un caso, quindi, che mentre altre agenzie non abbiano superato la fine del regime sovietico, sorte ben differente abbia avuto il KGB, sopravvissuto perfettamente intatto nella sua struttura, e in grado di esprimere una personalità come Putin che avrebbe guidato la transizione definitiva dal vecchio al nuovo regime.
Ha ancora ragione Napolitano. Nessuno, né la CIA né il KGB, poteva prevedere il terremoto del 1989. Ma io ricordo nitidamente che, alla fine dell’anno precedente, organizzammo con Gorbaciov una sessione di lavoro con quei nostri funzionari che lavoravano nei Paesi del blocco di Varsavia. A due mesi dall’inizio delle rivoluzioni in Europa orientale, nessuno di questi funzionari, che pure avevano il polso della situazione, avrebbe potuto prevedere quello che poi sarebbe effettivamente successo.
(Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali, Università di Firenze)
Il giudizio dei russi su Mikhail Sergéevic è stato molto severo. Come dicevo, l’Unione Sovietica, è vero, non ha perso la Guerra fredda, ma con Gorbaciov essa ha perduto molto più di che se fosse stata sconfitta nell’ultima guerra, o in una nuova “guerra calda”. L’URSS, oltre ad aver perso se stessa come entità politica, ha perso un quarto del suo territorio, un terzo del suo potenziale economico e la metà della sua popolazione. Ed è una cosa che difficilmente i russi riusciranno a perdonare a Gorbaciov; anche se ci sono sintomi di un qualche cambiamento di opinione.
Essendo lei un “insider” del regime, che idea di era fatto della situazione europea a quell’epoca?
Posso dire senz’altro qualcosa per la Polonia e per l’Ungheria. Non eravamo eccessivamente preoccupati. Pensavamo che quei fenomeni d’insofferenza fossero alla fine controllabili. L’unica nostra preoccupazione era di tipo strategico e nel campo degli armamenti. Eravamo convinti, tuttavia, che avremmo trovato delle soluzioni a questi problemi con qualsiasi governo polacco o ungherese. Non ci sembravano, insomma, delle questioni brucianti, tali da portarci a credere che il sistema socialista fosse giunto al capolinea.
Teneste conto, per caso, in quei momenti, della possibilità di sanzioni economiche contro la Polonia o l’Ungheria, come alternativa all’ipotesi estrema d’intervento militare?
Non ne tenemmo conto alcuno. Né si poteva, in ossequio alla vecchia Dottrina Brezhnev, tenere i paesi amici dentro il sistema socialista con la forza. Pochi sanno che la Dottrina Breznev è cessata ai funerali di Konstantin Cernienko, nel marzo 1985. Fu in quell’occasione che Gorbaciov pronunciò un importante discorso, in cui disse che tutti i dirigenti socialisti dei paesi fratelli erano unicamente responsabili nei confronti dei loro popoli e dei loro Stati; ssi pertanto non avrebbero più potuto contare sull’aiuto sovietico per tenere in piedi i loro rispettivi regimi e mantenere il potere. Ecco, la Dottrina Brezhnev finisce esattamente in questo momento.
Gorbaciov ha scatenato o invece ha cercato di governare delle forze che a un certo punto non erano più governabili? Fu previdente il KGB nel decidere di proteggerlo?
Va detto con tutta chiarezza che Gorbaciov si sentì sempre un socialista di tipo occidentale, un socialdemocratico. Egli credeva fermamente nella bontà e nella superiorità della scelta socialista. E fu per lui uno choc quando si trovò a constatare che la gente non era disposta a seguirlo su questo terreno.
Che ruolo hanno avuto il dissenso e la società civile nel loro ruolo di opposizione alla Nomenklatura, fino alla caduta dell’URSS?
Il ruolo del “dissenso” fu modestissimo. Quella che in occidente si chiama “società civile” non esisteva in Unione Sovietica, prima di Gorbaciov.
Mi rendo conto che questa mia affermazione potrebbe non essere condivisa da chi si chiede come fu possibile il cambio di passo verso un regime diverso. E sarebbe un’obiezione ragionevole se io non aggiungessi che, fin dalla morte di Stalin, esistevano in Unione Sovietica delle aree di libero dibattito politico, tra gente che poteva esprimere il proprio pensiero sul futuro dell’Unione Sovietica, senza alcun bisogno di sentirsi “opposizione”. sentendosi bensì semplicemente protagonista di un cambiamento in senso socialista, specialmente dopo un’era di terrore staliniano.
La vera e propria opposizione, invece, covava all’interno del sistema, nel suo cuore: nel Comitato Centrale, nel KGB e nella Nomenklatura. Ed era opposizione a qualsiasi cambiamento Gorbaciov avesse in mente.
Sono chiare le responsabilità sovietiche nel 1989: tali responsabilità appaiono altrettanto chiare nel biennio che arriva fino al dicembre 1991, quando l’URSS si dissolve? Non seppe la Nomenklatura trasformarsi al punto da salvare se stessa e cambiare tutto perché nulla cambiasse in Russia?
Non sentiamo di doverci attribuire, come gruppo dirigente facente capo a Gorbaciov, alcuna responsabilità per come sono andate le cose in Russia negli anni Novanta. Fra l’altro, eravamo tutti fermamente contrari a Boris Eltsin e ai suoi. A mio parere, l’Occidente ha un quadro distorto di questa transizione. Boris Eltsin non ha creato la Russia moderna. Alla fine dell’era Gorbaciov, ci si profilavano due linee di sviluppo del paese: la prima portava la Russia verso un capitalismo democratico e bene ordinato; la seconda portava a un capitalismo di Stato, sfrenato e anarchico, senza regole. Con Eltsin e i suoi ha prevalso senz’altro questa seconda linea, che fu perseguita per sete di potere e di ricchezza personale.
Non dobbiamo dimenticare che l’establishment gorbacioviano ha avuto certamente delle grosse responsabilità, ma anche il merito di aver salvato il Paese dalla guerra civile…
Fra il 30 settembre e il 1° ottobre 1988, al Comitato Centrale del PCUS, non c’era nessuna avvisaglia del crollo del socialismo. Qualcuno poteva forse solo intuirlo. Ma, qualora avesse percepito chiaramente tale pericolo, certamente il regime si sarebbe chiesto se non fosse un preciso dovere istituzionale salvare il Paese e il socialismo dalla catastrofe, con tutti i mezzi: compreso l’uso della forza.
L’8 dicembre 1988 io stesso preparai un memorandum per Gorbaciov sul problema del tenere insieme perlomeno le quattro repubbliche della Federazione (Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazakhistan), scrivendo che non si poteva in alcun modo accettare la secessione dalla Russia di quelle repubbliche “sorelle”.
Si poteva (e forse doveva) accettare la perdita delle Repubbliche baltiche, ma occorreva ad ogni costo salvare almeno le quattro repubbliche principali dell’Unione Sovietica.
Lo ripeto. Questo promemoria fu dettato da un preciso dovere che io stesso sentii: difendere l’integrità dello Stato, indipendentemente da chi fosse andato al potere.
(Dottore di Ricerca in Storia delle relazioni internazionali, Università di Firenze)
Quali furono le priorità dell’URSS nel campo della sicurezza sovietica?
La priorità fu seppellire una volta per sempre il sistema staliniano, in tutte le sue forme e propaggini; e garantire all’Unione Sovietica la sicurezza attraverso il dialogo con l’Europa occidentale e lo sviluppo di relazioni con essa, in modo da produrre un sistema di sicurezza nuovo e non ostile a Mosca.
(Dottoranda di ricerca in Storia delle Relazioni internazionali, Università di Firenze)
Lei ha parlato della sfida e della speranza socialdemocratica di Gorbaciov. Quanto ha pesato, su tutto questo, la fine della socialdemocrazia tedesca nella Repubblica federale tedesca?
E’ una domanda molto pertinente. Che però andrebbe completata con un addendum: quanto ha inciso sul fallimento della politica gorbacioviana l’ondata conservatrice rappresentata da Reagan, dalla Thatcher e da Kohl?
Non è possibile dare una risposta univoca. Si trattò comunque di una circostanza che condizionò la vita sovietica, ma che non incise profondamente sulla politica estera di Gorbaciov, il quale peraltro riscosse sempre enorme successo e simpatia tanto presso la “lady di ferro” quanto presso Reagan.
Ricordo che ero con lui a San Francisco, all’inizio di giugno del 1990, durante la sua visita ufficiale negli Stati Uniti, quando ricevette un’affettuosa lettera dell’ex Presidente Ronald Reagan e di sua moglie Nancy. In essa Reagan esprimeva tutta la sua felicità per il fatto di essere riuscito a por termine alla Guerra fredda insieme al leader del Cremlino; e aggiungeva che ora poteva morire in pace, dirgli fraternamente addio, orgoglioso di aver avuto la ventura di conoscere un uomo simile.
(Dottore di Ricerca in Storia delle Relazioni Internazionali)
E’ possibile che la Nomenklatura (penso al Komsomol) sia stata proprio la fonte da cui Boris Eltsin ha potuto trainarsi alcuni riformisti, mentre un’altra parte di essa (ad esempio: l’Accademia delle Scienze) rimase fedele a Gorbaciov?
Bisogna innanzitutto partire da una constatazione: il sistema sovietico era non riformabile
Sarebbe stato possibile, tuttavia, uscire da questo impasse a un costo molto minore di quello che poi pagammo. A un certo punto, i gorbacioviani hanno temuto il ripetersi dell’esperienza di Krusciov, con una nomenklatura così divisa, di cui una parte era pronta a riformare il sistema, mentre un’altra parte era prontissima a fare del potere personale e della ricchezza l’alfa e l’omega delle future scelte politiche del Paese. Avremmo potuto pagare un prezzo minore? Forse sì: lasciare, ad esempio, che gli oppositori di Gorbaciov condividessero con lui il potere, ma anche le responsabilità conseguenti.
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